duna park

Antonio era al mare perché il 21 luglio era una giornata di sole caldissima e azzurra. La duna sembrava il corpo di un animale dorato dormiente, con le linee sulla schiena disegnate dal vento. Arrivò di mattino presto, ricordando l’ora in cui i suoi nonni, da bambino, lo portavano su quella stessa spiaggia. Avrebbe voluto mangiare una pizza rossa. Non piantò alcun ombrellone, ce n’erano ancora pochissimi anche attorno a lui. Gli sembrava d’essere il padrone d’una riserva naturalistica. Sistemò il telo blu, scavando una piccola fossa che avrebbe reso la posizione più comoda per la lettura. Prese un libro dallo zaino di jeans, era un racconto di Calvino che tentava di terminare da settimane. Non sentiva abbastanza le onde. Decise di mettere un po’ i piedi in acqua prima di continuare la lettura, perciò si avvicinò al bagnasciuga lanciando il libro sul telo e guardando le ciabatte affondate nella sabbia. Antonio visualizzò la posizione che più amava assumere da bambino, quando non c’era sua sorella a richiamare attenzione e i nonni non avrebbero potuto sgridarlo di essersi allontanato troppo in mare. Si sdraiò sulla sabbia bagnata dal frangersi di quelle minuscole onde perpendicolare alla linea del mare. Chiuse gli occhi di fronte al sole non ancora alto. Ricordava perché amava quella sensazione: l’acqua arrivava piano a bagnare tutto il corpo che aderiva a terra, come fosse un pesce spiaggiato a riva. Prima i piedi, poi un’onda più lunga, tesa come un elastico, inumidiva l’incavo delle ginocchia, le gambe. Poi qualcuno tendeva ancora l’arco delle onde e il moto veniva a bagnare la schiena, la nuca, il capo. Sentiva il corpo staccarsi a ogni frangimento. Leggi tutto “duna park”

La costruzione del presepio digitale

Greg Weatherby, ‘Dreamtime Birth’, 1990s (natività aborigena australiana)

Bruno spolverava il bambino rimasto a spiare l’anno in una scatola chiusa. Lo baciava e lo riponeva nella sua dimora provvisoria: non era ancora il tempo, non era venuto il giorno. A inizio novembre sentivamo i colpi sulla legna nel suo giardino fiorito a mandarini e limoni: era il rintocco, il rito della costruzione. Lavorava poi al chiuso della cantina o nel garage che non avrebbe ospitato più la sua automobile almeno fino a metà gennaio. Ogni giorno si accendeva un fuoco, la fiamma dell’artigianato. Prima venivano i monti, l’orografia che scrive le vette, l’inaccessibile; poi scendevano i fiumi, sciolte le prime nevi, andavano a formarsi stagni alimentati da motorini elettrici. Il paesaggio cominciava a delinearsi, quindi a popolarsi: erano gli animali i primi a brucare l’erba, a sentire l’umido del muschio sotto le narici fumanti. Il pietrisco segnava la strada, che poi sarebbe diventata sentiero, dapprima si ergeva la terra e poi il cielo sempre così inafferrabile, irriproducibile: Bruno poteva ritagliare alla natura quello che si calpesta, ma quello che ci attraversa le teste lo restituiva con le mani, creando forme dal buio. Leggi tutto “La costruzione del presepio digitale”