Balletto di vani e divani

Una immagine del Balletto “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi al Circo Massimo, Roma (dal profilo Ig del Teatro dell’Opera di Roma)

Non ho mai visto cosa al mondo maggiore della danza. Tu non vedrai cosa al mondo più grande della danza di Roma. Il ballo tremendo circolare di questa città vacanza, di queste strade vacanti, di questi posti distanti. Sedie a due a due, o anche a una a una. Spezzati: fine del pubblico, inizio del pubblico privato, privato d’ogni vicinanza, d’ogni vicino di danza, orbo d’aria. Morbo d’aria, ché non sappiamo se è qua, stasera, mentre sulla sinistra via de’ Cerchi spinge l’occhio di bue sulla bocca della verità, se abbiamo paura che le nostre mani finiscano inghiottite da un altro, untore, decisore della nostra poca verità. Se non ci fosse stato l’inganno, non ci sarebbero state nemmeno le “vacanze romane”. Su “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi scendono in cerchi sulla loro via i danzatori, alcuni le mani nei guanti, presto i guanti nelle mani – per giunta congiunta anagramma di con guanti -, altri gli occhi nelle visiere, ché adesso sarebbe bello avere alle mani delle maniere. Fosforeggiano tre quarti di luna alla destra del palco, corona sopra il capo dell’Aventino. 
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