senza titolo: natale

Dalì in mostra a Palazzo Fondi, Napoli (dettaglio nicchia)

Le anguille sono piccoli pezzi di plastica neri. Stanno dentro un bacile minuscolo e sembrano vive perché l’acqua che cola da una fontanella le colpisce sul capo e produce uno scontro, crea un movimento semicircolare irregolare tra di loro che così paiono vive. Non passa corrente elettrica per sto ciclo, ma il costruttore, l’artigiano ha guardato quello che succede dentro la vasca o naturalmente sotto una cascata e l’ha riprodotto. In scala. Tutto questo accade dentro una decina di centimetri quadrati, sotto lo sguardo di Padre Pio e Papa Francesco che si muovono scattosi e sembrano indicare stimmate e carità. Non l’ho guardata bene Napoli stavolta, tenevo la capa altrove. Anguilla sirena innapolata. Pensavo a lei, la inseguivo con un pensiero che mi pareva il passo di una danzatrice che non si ferma ma volteggia sempre durante lo spettacolo. Che vedi di un balletto? Ballerina o movimento? Corpo o spazio? Stavolta mi sa che Napoli si è messa treméndere me, a come mi ci perdevo in mezzo alle facce di Pulcinella illuminate sopra le capocce e illuminate dentro le capocce della gente che si muove, si scontra come le anguille dentro quella pescòla, quella piccola pozzanghera artificiale, tutta umana. Leggi tutto “senza titolo: natale”

La costruzione del presepio digitale

Greg Weatherby, ‘Dreamtime Birth’, 1990s (natività aborigena australiana)

Bruno spolverava il bambino rimasto a spiare l’anno in una scatola chiusa. Lo baciava e lo riponeva nella sua dimora provvisoria: non era ancora il tempo, non era venuto il giorno. A inizio novembre sentivamo i colpi sulla legna nel suo giardino fiorito a mandarini e limoni: era il rintocco, il rito della costruzione. Lavorava poi al chiuso della cantina o nel garage che non avrebbe ospitato più la sua automobile almeno fino a metà gennaio. Ogni giorno si accendeva un fuoco, la fiamma dell’artigianato. Prima venivano i monti, l’orografia che scrive le vette, l’inaccessibile; poi scendevano i fiumi, sciolte le prime nevi, andavano a formarsi stagni alimentati da motorini elettrici. Il paesaggio cominciava a delinearsi, quindi a popolarsi: erano gli animali i primi a brucare l’erba, a sentire l’umido del muschio sotto le narici fumanti. Il pietrisco segnava la strada, che poi sarebbe diventata sentiero, dapprima si ergeva la terra e poi il cielo sempre così inafferrabile, irriproducibile: Bruno poteva ritagliare alla natura quello che si calpesta, ma quello che ci attraversa le teste lo restituiva con le mani, creando forme dal buio. Leggi tutto “La costruzione del presepio digitale”