Un cielo di limone

Kazimir Severinovich Malevic, ‘Bathers’ 1908

Secondo una antica leggenda di una popolazione che viveva nell’Austria orientale, alcuni legni delle loro foreste aghiformi risuonavano: risuonavano, però, non quando stesse per accadere qualcosa, specie di grave, come uno smottamento, un sisma, bensì nei momenti in cui non succedeva nulla. Nulla; questi legni risuonavano per riempire il silenzio del tempo che non passa, giradischi infilato nella corteccia, alexa della vegetatura, proteiformi violini della terra. Le musiche e le voci dello spettacolo “Cielo di limone” di Antony Hidden risentono di questa tradizione di auscultazione, di ferite nella neve dell’inverno: il regista italo-canadese mette in scena per la prima volta al teatro di Roma (fino alla fine dell’anno) una storia che ha del beckettismo, del circense, del savinianamente possibile. Leggi tutto “Un cielo di limone”

duna park

Antonio era al mare perché il 21 luglio era una giornata di sole caldissima e azzurra. La duna sembrava il corpo di un animale dorato dormiente, con le linee sulla schiena disegnate dal vento. Arrivò di mattino presto, ricordando l’ora in cui i suoi nonni, da bambino, lo portavano su quella stessa spiaggia. Avrebbe voluto mangiare una pizza rossa. Non piantò alcun ombrellone, ce n’erano ancora pochissimi anche attorno a lui. Gli sembrava d’essere il padrone d’una riserva naturalistica. Sistemò il telo blu, scavando una piccola fossa che avrebbe reso la posizione più comoda per la lettura. Prese un libro dallo zaino di jeans, era un racconto di Calvino che tentava di terminare da settimane. Non sentiva abbastanza le onde. Decise di mettere un po’ i piedi in acqua prima di continuare la lettura, perciò si avvicinò al bagnasciuga lanciando il libro sul telo e guardando le ciabatte affondate nella sabbia. Antonio visualizzò la posizione che più amava assumere da bambino, quando non c’era sua sorella a richiamare attenzione e i nonni non avrebbero potuto sgridarlo di essersi allontanato troppo in mare. Si sdraiò sulla sabbia bagnata dal frangersi di quelle minuscole onde perpendicolare alla linea del mare. Chiuse gli occhi di fronte al sole non ancora alto. Ricordava perché amava quella sensazione: l’acqua arrivava piano a bagnare tutto il corpo che aderiva a terra, come fosse un pesce spiaggiato a riva. Prima i piedi, poi un’onda più lunga, tesa come un elastico, inumidiva l’incavo delle ginocchia, le gambe. Poi qualcuno tendeva ancora l’arco delle onde e il moto veniva a bagnare la schiena, la nuca, il capo. Sentiva il corpo staccarsi a ogni frangimento. Leggi tutto “duna park”