Enea ambasciatore e la poetessa Madre

Mark Rothko, Untitled, 1969

Capita che Enea non abbia smesso il suo viaggio. Forse perché, a differenza di Ulisse, non aveva negli occhi un orizzonte, nel cuore una terra. Enea è colui che deve fondare un popolo, ogni altra sua prerogativa è infondata. L’altro ieri Enea era di nuovo in Italia, nella terra del re Latino e della sua nutrice Caieta. Giusto per trascorrere le feste di Natale coi suoi cari. Ma è già ripartito, destinazione: America Latina. Il Latino nel sangue, evidentemente. Oggi fa l’ambasciatore, durante gli spostamenti disegna, e nei viaggi appunta.

«Scrivo i primi versi per convenzione, o scrupolo, | cosciente che sarà solo dal quinto o sesto | che si darà battaglia, e questi | saranno cancellati, e il tutto rimontato. | Si parlerà di certe pennellate di ceruleo | impastate a bianco di zinco, che delineano | il contorno di un casale fatto di terra d’ocra, | e di come le persone che vi abitano, ignare, | a noi aliene quanto la fauna di altri mondi, | ci osservino passare sul nostro regionale, | e dell’idea che ci facciamo di un ipotetico futuro, | se scendessimo qui, se ci conoscessimo, | se infine non fossimo viaggiatori e spettatori. | Poi si spalanca la porta di uno scompartimento | e ne vien fuori una ragazza alta, che naviga | come polena fendendo un oceano immaginario, | e tutti tacciamo, abbassando gli occhi, | sperando di aver sbagliato tempi e luoghi: | di esser stati seduti accanto a lei, finora.»

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