La costruzione del presepio digitale

Greg Weatherby, ‘Dreamtime Birth’, 1990s (natività aborigena australiana)

Bruno spolverava il bambino rimasto a spiare l’anno in una scatola chiusa. Lo baciava e lo riponeva nella sua dimora provvisoria: non era ancora il tempo, non era venuto il giorno. A inizio novembre sentivamo i colpi sulla legna nel suo giardino fiorito a mandarini e limoni: era il rintocco, il rito della costruzione. Lavorava poi al chiuso della cantina o nel garage che non avrebbe ospitato più la sua automobile almeno fino a metà gennaio. Ogni giorno si accendeva un fuoco, la fiamma dell’artigianato. Prima venivano i monti, l’orografia che scrive le vette, l’inaccessibile; poi scendevano i fiumi, sciolte le prime nevi, andavano a formarsi stagni alimentati da motorini elettrici. Il paesaggio cominciava a delinearsi, quindi a popolarsi: erano gli animali i primi a brucare l’erba, a sentire l’umido del muschio sotto le narici fumanti. Il pietrisco segnava la strada, che poi sarebbe diventata sentiero, dapprima si ergeva la terra e poi il cielo sempre così inafferrabile, irriproducibile: Bruno poteva ritagliare alla natura quello che si calpesta, ma quello che ci attraversa le teste lo restituiva con le mani, creando forme dal buio. Leggi tutto “La costruzione del presepio digitale”

Spar(l)ate sulla poesia (ah, salve!)

Justine Smith, ‘The judge’

«Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana». Se non svelassi l’autore, la constatazione sembrerebbe scritta domani, e farebbe anche parecchio sorridere. Però una paresi mista a mestizia ci prende scoprendo che a scriverla fu Giacomo Leopardi, mentre studiava le lingue, le stelle e l’infinito. Leggi tutto “Spar(l)ate sulla poesia (ah, salve!)”