La costruzione del presepio digitale

Greg Weatherby, ‘Dreamtime Birth’, 1990s (natività aborigena australiana)

Bruno spolverava il bambino rimasto a spiare l’anno in una scatola chiusa. Lo baciava e lo riponeva nella sua dimora provvisoria: non era ancora il tempo, non era venuto il giorno. A inizio novembre sentivamo i colpi sulla legna nel suo giardino fiorito a mandarini e limoni: era il rintocco, il rito della costruzione. Lavorava poi al chiuso della cantina o nel garage che non avrebbe ospitato più la sua automobile almeno fino a metà gennaio. Ogni giorno si accendeva un fuoco, la fiamma dell’artigianato. Prima venivano i monti, l’orografia che scrive le vette, l’inaccessibile; poi scendevano i fiumi, sciolte le prime nevi, andavano a formarsi stagni alimentati da motorini elettrici. Il paesaggio cominciava a delinearsi, quindi a popolarsi: erano gli animali i primi a brucare l’erba, a sentire l’umido del muschio sotto le narici fumanti. Il pietrisco segnava la strada, che poi sarebbe diventata sentiero, dapprima si ergeva la terra e poi il cielo sempre così inafferrabile, irriproducibile: Bruno poteva ritagliare alla natura quello che si calpesta, ma quello che ci attraversa le teste lo restituiva con le mani, creando forme dal buio. Leggi tutto “La costruzione del presepio digitale”

“La sorte dei libri oggi è come quella degl’insetti efimeri”

dal film “Il giovane favoloso” di M. Martone

Qualche settimana fa da Bruno Ventavoli, direttore dell’inserto “TuttoLibri” de “La Stampa”, ha scritto un editoriale dal titolo eloquente: “Cari editori, stampate meno libri”. Ma Giacomo Leopardi oggi risponde categorico: «A Milano si stampa quel che si vuole». In verità Giacomo Leopardi scrive questo lapidario assunto in una lettera del 20 dicembre 1816 indirizzata a Francesco Cancellieri da Recanati. Lo storico della lingua Lorenzo Tomasin in “L’impronta digitale” (Carocci, 2018) ci mette in guardia dal fatto che spesso parlando di letteratura si «estremizzano, oltre il lecito o il ragionevole, fenomeni che in sé esistono, anche se non si manifestano al di là di un’intensità normale e quasi fisiologica: non, dunque, patologica».  Leggi tutto ““La sorte dei libri oggi è come quella degl’insetti efimeri””

CR7, lettera aperta di un ex juventino

Brand CR7

Con “Hurrà Juventus” del 1999 regalarono una macchinetta fotografica. Mai riuscito a utilizzarla veramente, me la rigiravo nelle mani mentre sfogliavo sulla rivista le fotografie di un giocatore che aveva appena iniziato la sua riabilitazione dopo un delicatissimo intervento. A novembre dell’anno prima la rottura del legamento crociato anteriore e posteriore. Il mensile me lo teneva da parte, dopo averlo accuratamente letto, uno “zio” acquisito, il mio vicino di casa, tra i primi in città ad avere un abbonamento a Tele + solo per seguire la Vecchia Signora. Fu grazie a lui – lo zio – che m’innamorai di questa squadra tenera e bastarda, come i suoi colori che in fondo sono l’alfa e l’omega di tutti gli altri. Fu grazie a lui – l’Alex – che guardavo le partite e godevo un po’ di più se segnava lui invece di Trezeguet o Fonseca. Non lo so come avrebbe reagito lui – lo zio – all’acquisto di CR7 perché oggi questo “zio” non c’è più. Posso invece sapere come lui – l’Alex – pure ha reagito entusiasticamente (vedasi Instagram) per ragioni piuttosto evidenti, sebbene non condivisibili per uno che ha scritto la storia e poi è stato mandato fuori a calci nel culo dopo avere firmato un contratto in bianco come manco un Rino Tommasi chiunque. In fondo si era “cierresettizzato” lui per primo per guarire dalla sindrome dell’abbandono, da un complesso di Telemaco che l’ha portato a cercare il padre su lidi australiani, dove pensavano la palla fosse ovale, e indiani, dove credevano bastasse pregarla, quella palla-bianca/Yang. Leggi tutto “CR7, lettera aperta di un ex juventino”

Premio Strega, prime indiscrezioni su stasera a Villa Giulia

1955. Comisso vince lo Strega (accanto la signora Bellonci)

«Trascinato dagli amici alla festa del “Premio Amici della Domenica” [il Premio Strega, ndr]. Non ci andavo da molti anni, e la gente era la stessa, più vecchia o meno giovane che è lo stesso. Letterati veri e sbagliati, scrittori di mezza tacca e qualche artista di pregio, giovanottelli di scarso pelo, uomini politici del giorno: sempre la stessa gente. E in mezzo a tutti, bene in vista, la povera Maria Bellonci, sacerdotessa del supremo vero letterario, e suo marito Goffredo che si danno il cambio sulla pedana, ai vari tavolini disposti attorno alla balaustra del Ninfeo in Villa Giulia. Che abbia da spartire con la letteratura, o meglio con la poesia tutto un apparato mondano di teste e corpi riuniti in assemblea generale non si sa né ci si domanda, ma chi ne restasse fuori si sentirebbe escluso dal supremo banchetto, assai rari coloro che se ne escludono per una igiene provvidenziale. Leggi tutto “Premio Strega, prime indiscrezioni su stasera a Villa Giulia”

Ascoltare radio onde sintonizzandosi in una Casa Vuota

Una delle opere di Massimo Ruiu

Un carotaggio nel mar nero della memoria. Un oceano che propaga onde radio. Una radio che manda in onda un concerto live, gracchiature dovute a segnali captati con scarsa forza: non c’è campo, ma distesa. Un artista che pesca dentro il proprio occhio e tirando la lenza trova una casa vuota un remo un pagliaccio con la coda rossa aragosta, financo specie ittiche che non sono mai esistite. Un neologismo: maradio. Per far incontrare le onde radio e la radio delle onde. Leggi tutto “Ascoltare radio onde sintonizzandosi in una Casa Vuota”

La poesia della scienza cerca il senso della bellezza

«Puoi forse attraversare come il neutrino | tutta la terra come se niente fosse? | Puoi viaggiare per l’orlo della galassia | e ritornare più giovane di prima? | Puoi, per esempio, sfiorarmi con la mano | senza causare una catastrofe cosmica?». Spesso sono i poeti ad anticipare alcune scoperte o consentire il loro l’ingresso nell’immaginario collettivo, nel linguaggio comune: le metafore sono intuizioni, d’altronde «come gli artisti, i fisici hanno bisogno dell’immaginazione per avvicinarsi alla verità: ogni esperimento è preceduto da un’intuizione, da una domanda». Lo dice nel suo docufilm “Il senso della bellezza” (2017, Ubu) il regista Valerio Jalongo, che ha girato un film sul lavoro scientifico-artistico dei fisici del Cern di Ginevra. I versi di apertura, invece, sono di un poeta oggi dimenticato,  Juan Rodolfo Wilcock, che così scriveva nel libro “Italienisches Liederbuch – 34 poesie d’amore” che Rizzoli pubblicò nel 1974. Leggi tutto “La poesia della scienza cerca il senso della bellezza”

La tragedia familiare di Latina e quella digitale

Sono andato a guardare il profilo “aperto” di Luigi Capasso – lo ammetto – il carabiniere che due giorni fa ha sparato con la pistola d’ordinanza alla moglie e con la stessa ha ucciso le due figlie di 7 e 13 anni, per poi togliersi la vita nella camera da letto. Sì, non ho resistito alla curiosità perché sapevo di trovarci il grande circo della umanità saltare nel cerchio infuocato della tragedia. Di cosa soffrono quelli che lasciano messaggi sulle bacheche elettroniche dei morti? Che malattia mentale manifestano quanti scrivono sul profilo Facebook di un uomo che ha appena concluso una strage familiare con il suicidio? Avevo letto su Repubblica e ascoltato in tv che molti utenti stavano scrivendo “in diretta” sulla bacheca dell’uomo durante le trattative che le forze dell’ordine avevano intavolato per dissuaderlo dai suoi intenti omicidi. Scrivevano per far vedere che stavano dalla parte dei “giusti”? O perché davvero speravano che su quel balcone di Cisterna di Latina il Capasso aprisse il cellulare per controllare le notifiche di Facebook? Leggi tutto “La tragedia familiare di Latina e quella digitale”

Mina vacante

Ariel è una giovane principessa sirena desiderosa di non vedere più il mondo umano. Per soddisfare questo desiderio scende a patti con Ursula, che le regala invisibilità in cambio della sua voce. Il mondo umano con cui Ariel non voleva avere più a che fare continua così a sentire la voce della sua sirena, mentre lei, la principessa, può finalmente coronare il suo sogno e vivere lontana dalle miserie umane. Qualche attento lettore e/o lettrice potrebbe obiettare che la storia non fosse proprio così. La favola certamente no, ma qui raccontiamo una parte della storia, più esattamente una porzione della storia della musica italiana. La (non più giovane) sirena si chiama Mina, al secolo Anna Mazzini, ed è stata la cantante italiana più venduta nel mondo della storia della musica leggera, la regina incontrastata degli Anni Sessanta e Settanta, anche e soprattutto della televisione di quegli stessi anni. Dopo l’ultimo storico concerto del 1978 – 40 anni esatti – Mina si è ritirata a vita privata. Si è ritirata? Mina? Non occorre essere accaniti seguaci del Festival di Sanremo per accorgersi che in realtà Mina non si è mai ritirata dalle scene. Non si può negare che l’ologramma della stessa “tigre di Cremona” che ha calcato il palco dell’Ariston sabato 10 febbraio 2018 non ponga questioni dirimenti da affrontare. Chi è Mina? Cioè chi è la Mina che noi continuiamo a non vedere nelle sue apparizioni? Chi è la donna post-umana che nel celebre spot sanremese della nota compagnia di telecomunicazioni italiana canta con la voce di Mina? Anche perché Mina ha un rapporto particolare, quasi esclusivo con la telefonia. Nel 2001, infatti, si era lasciata brevissimamente riprendere per il portale di un’altra nota compagnia di telecomunicazioni – diversa dalla odierna – durante una sessione di registrazione del suo nuovo album. Mina è una compagnia di telecomunicazione, è the voice, the dark side of the voice, o anche quella dei call center che ti chiama all’ora di pranzo per proporti il purificatore dell’acqua. Leggi tutto “Mina vacante”

Al cinema arriva Gigione, il fenomeno che nessuno vuol studiare

Per chi confondesse: a sinistra Madonna, a destra Gigione

Il cappellino da baseball. Non lo toglie mai. Nei concerti del Vasco della sagra della salsiccia è elemento che regge la sacralità tra il musicista e gli spettatori. Il berretto con la visiera come ce l’abbiamo oggi si diffonde tra la gente comune negli Anni Sessanta: molto meglio del feltro, più sportivo, ma soprattutto il più delle volte con un simbolo sulla parte anteriore. Il cappellino comunica un brand, è al tempo stesso marchio di fabbrica e di se stessi. L’amuleto, il fazzoletto bianco di Armstrong, il crazy diamond. Il problema, semmai, è che parliamo di Luigi Ciaravola, aka Gigi One, alias Gigione. Il più discusso musicista della penisola italiana, tanto che quando si accostano altri nomi alla sua carriera, il naso si storce e la visiera s’abbassa. Eppure lui stesso dice di essersi ispirato a Otis Redding e di aver suonato il basso in una band, esperienza che gli ha permesso di conoscere il ritmo della gente, quello che il pubblico batte con la coscia. È stato definito (dalla vicepresidenza della provincia di Perugia, sic) inventore della “folk dance” all’italiana, forse persino l’unico vero musicista indie. Leggi tutto “Al cinema arriva Gigione, il fenomeno che nessuno vuol studiare”