Un cielo di limone

Kazimir Severinovich Malevic, ‘Bathers’ 1908

Secondo una antica leggenda di una popolazione che viveva nell’Austria orientale, alcuni legni delle loro foreste aghiformi risuonavano: risuonavano, però, non quando stesse per accadere qualcosa, specie di grave, come uno smottamento, un sisma, bensì nei momenti in cui non succedeva nulla. Nulla; questi legni risuonavano per riempire il silenzio del tempo che non passa, giradischi infilato nella corteccia, alexa della vegetatura, proteiformi violini della terra. Le musiche e le voci dello spettacolo “Cielo di limone” di Antony Hidden risentono di questa tradizione di auscultazione, di ferite nella neve dell’inverno: il regista italo-canadese mette in scena per la prima volta al teatro di Roma (fino alla fine dell’anno) una storia che ha del beckettismo, del circense, del savinianamente possibile.
In uno scenario come quello dell’Austria dai legni risonanti, in un luogo di fantasia chiamato Ruccello – assonanza col divenire ruscellico o adorazione dell’omonimo drammaturgo o nulla di tutto questo, “solo un trucco” – compare una radio al centro di una scenografia completamente bianca: bianca, non vuota. Una radio che cresce, come una creatura, come un bambino, come un adolescente. Una radio che dapprima balbetta, la sua lallazione è quel fastidioso gracchiare di una stazione che non capta chiaramente il segnale. Fino a schiarirsi, fino a schiarirsi la voce. Non c’è nessuno attorno a lei. Sola, insolita, solitaria. Un brano, una composizione che mi è parsa un’opera di Philip Glass, ma potrei sbagliare, un radiogiornale, il segnale orario davanti al quale l’aggeggio s’inchina, una storia inventata di cui parlano due voci ridacchianti.

In scena non compare figura umana per 50 minuti. La manopola del volume si emancipa dall’apparecchio, sembra un ciuccio che aleggia nell’aria attorno al quale si scatena una tempesta di neve e la radio s’immutisce, s’ammutina, divora se stessa: macchina autofaga, mi ricorda una puntata dei Griffin in cui Steve è in automobile e chiede di cambiare stazione radio perché quella canzone gli ricorda la voce di sua madre, la bocca di sua madre e dice una frase come “Non posso ascoltare questa voce, è come se quella bocca materna tenta di ingoiarmi. Uno spettacolo teatrale che richiama uno dei racconti di Margaret Hendrie in cui una televisione, di quelle grandi col tubo catodico, è seduta in un’aula scolastica davanti a una commissione giudicatrice per l’esame di maturità: la interrogano e lei risponde con programmi pre-confenzionati, frammenti di interviste, persino pubblicità quando il professore di filosofia chiede di parlare di Wittgenstein.

Cielo di limone (b/n)

L’unico coupe de théâtre nel finale dello spettacolo di Hidden non andrebbe rivelato, ma essendo una recensione non è possibile farne a meno. Entra in scena una bambina, una cappuccetto rosso però completamente nuda, di una nudità animale, di quella che non vediamo sulle bestie perché naturale e nulla emerge se non le sue cuffie: noi non sentiamo, ma sentiamo lei. Canticchia, ripete, risuona, se ne va. Vi salva dallo spoiler sapere che per ogni replica il regista ha previsto un finale diverso. Fatemi sapere. Il vero mistero, il grande sogno dell’opera teatrale è nel titolo: “Cielo di limone” è una tazza di plastica blu cielo con tè nero e una fetta di limone galleggiante. Si capisce solo allontanando lo sguardo, sviando sul finale, quando annotta e l’agrume fosforeggia nella visione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *