Il Nobel per la Letteratura a Circe

La testa di Circe a San Felice Circeo, a pochi passi da dove fu rinvenuta

Ieri è stato assegnato il Nobel per la Letteratura 2020 a Louise Glück, una poetessa. Una poetessa statunitense tra le più lette in America, invece ancora poco nota in Italia – un editore napoletano speciale, “Dante&Descartes”, ne aveva tradotto “Averno”. L’avevo conosciuta grazie a una traduzione di una sua poesia di Bianca Sorrentino – contenuta nel “mitico” saggio “Mito classico e poeti del ‘900” (Stilo editrice) – che oggi ne tratteggia anche un profilo per “Pulp”. Poi ho provato anch’io a tradurre alcuni versi della poetessa di “Una vita nel villaggio”, che propongo qui: siate clementi, ma curiosi. La signora Glück incede lentamente nelle immagini che la sua voce evoca, ha la flemma fiammante della Circe che ha fatto parlare, che ha fatto insinuare.

 

Il dolore di Circe

Alla fine, mi sono fatta conoscere
da tua moglie come
una dea, nella sua casa, a
Itaca, una voce
Senza un corpo: lei
Si è fermata nella sua tessitura, con la testa che gira
Prima a destra, poi a sinistra
Anche se non c’erano speranze, naturalmente
Per rintracciare quel suono in una
Fonte certa: Dubito che
Tornerà al suo telaio
Con quello che sa ora. Quando
la vedrai di nuovo, dille che
È così che un dio dice addio:
Se sarò nella sua testa per sempre
Sono nella tua vita per sempre.

 

Circe power

Non ho mai trasformato nessuno in un maiale.
Alcune persone sono maiali; io li rendo
Solo simili a maiali.

Sono stufa del tuo mondo
Che con l’esteriore maschera l’interiore. I tuoi uomini non erano cattivi;
una vita indisciplinata
li ha resi tali. Maiali,

Sotto la cura
mia e delle mie signore, loro
si sono subito addolciti.

Poi ho invertito l’incantesimo, mostrandovi la mia divina bontà
Così come il mio potere. Ho visto

Che avremmo potuto essere felici qui,
Come lo sono gli uomini e le donne
Quando le loro esigenze sono semplici. Nello stesso respiro,

Ho previsto la tua partenza,
I tuoi uomini con il mio aiuto che sfidano
Il mare che piange e percuote. Tu pensi

Qualche lacrima mi abbia turbato? Amico mio,
Ogni maga ha
Un cuore pragmatico; nessuno vede l’essenza nascosta
Nel limite del volto. Se volessi solo tenerti
Ti terrei prigioniero.

Louise Gluck

(da “A village life”, Farrar Straus & Giroux, 2009)

Crepuscolo

Lavora tutto il giorno nel mulino di suo cugino,
Così, quando torna a casa la sera, siede sempre a questa finestra,
vede sempre quest’ora del giorno, il crepuscolo.
Dovrebbe esserci più tempo così, per sedersi e sognare.
È come dice suo cugino:
Vivere – vivere è non potersi mai sedere.
Alla finestra, non il mondo, ma un paesaggio squadrato
che rappresenta il mondo. Le stagioni cambiano,
e lo si nota solo in certe ore al giorno.
Cose verdi seguite da cose dorate seguite da altre bianche –
astrazioni da cui derivano piaceri intensi,
come i fichi sul tavolo.
All’imbrunire, il sole tramonta in una foschia di fuoco rosso tra due pioppi.
Tramonta tardi a fine estate: a volte è difficile restare svegli.
Poi ogni cosa cade.
Il mondo per un po’ di tempo ancora
è qualcosa da vedere, poi solo qualcosa da sentire,
grilli, cicale.
O da odorare, a volte, aroma di alberi di limoni, di aranci.
Poi il sonno porta via anche questo.
Ma è facile rinunciare a queste cose, sperimentarlo
per una manciata di ore.
Apro le dita.
Lascio andare tutto.
Mondo visivo, linguaggio,
fruscio di foglie nella notte,
odore di erba alta, di fumo di bosco.
Lo lascio andare, poi accendo la candela.

 

Confluenti

Tutte le strade del villaggio si incontrano alla fontana.
Viale della Libertà, Viale degli Alberi di Acacia –
La fontana sorge al centro della piazza;
nelle giornate di sole, arcobaleni nel piscio del cherubino.
In estate, coppie si siedono sul bordo della piscina.
Nella piscina c’è posto per molte riflessioni.
la piazza è quasi vuota, le acacie non si spingono così lontano.
E il Viale della Libertà è spoglio e austero; la sua immagine
non affolla l’acqua.
Sparpagliate tra le coppie, le madri con i loro figli più piccoli.
Qui è dove vengono a parlare tra loro, forse
a incontrare un giovane, vedere se è rimasto qualcosa della loro bellezza.
Quando guardano in basso, è un momento triste: l’acqua non è incoraggiante.
I mariti sono fuori a lavorare, ma per qualche miracolo
tutti i giovani innamorati sono sempre liberi –
si siedono sul bordo della fontana, schizzando i loro amori
con acqua di fontana.
Intorno alla fontana ci sono gruppi di tavoli di metallo.
Qui è dove ci si si siede quando si è vecchi,
al di sopra dell’intensità della fontana.
La fontana è per i giovani che vogliono ancora guardarsi.
O per le madri, che hanno bisogno di tenere i loro figli distratti.
Con il bel tempo qualche anziano si attarda ai tavoli.
La vita è semplice ora: un giorno cognac, un giorno caffè e una sigaretta.
Per le coppie è chiaro chi è ai margini della vita, chi è al centro.
I bambini piangono, a volte litigano per i giocattoli.
Ma l’acqua è lì, per ricordare alle madri che loro amano questi bambini;
che per loro annegare sarebbe terribile.
Le madri sono sempre stanche, i bambini litigano sempre,
i mariti al lavoro o arrabbiati. Non viene nessun giovane.
Le coppie sono come un’immagine di un tempo lontano, un’eco che viene
molto debole dalle montagne.
Sono soli alla fontana, in un pozzo buio.
Sono stati esiliati dal mondo della speranza,
che è il mondo dell’azione,
ma il mondo del pensiero non si è ancora aperto a loro.
Quando lo farà, ogni cosa cambierà.
Cala il buio, la piazza si svuota.
Le prime foglie d’autunno riempiono la fontana.
Le strade non si incontrano più qui;
la fontana le scaccia via, le rimanda sulle colline da cui vengono.
Viale della Fede infranta, viale della Delusione,
Viale degli Alberi di Acacia, degli Ulivi,
il vento che si carica di foglie d’argento,
Viale del Tempo Perduto, Viale della Libertà che finisce in pietra,
non a ridosso del campo, ma ai piedi della montagna.

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