Balletto di vani e divani

Una immagine del Balletto “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi al Circo Massimo, Roma (dal profilo Ig del Teatro dell’Opera di Roma)

Non ho mai visto cosa al mondo maggiore della danza. Tu non vedrai cosa al mondo più grande della danza di Roma. Il ballo tremendo circolare di questa città vacanza, di queste strade vacanti, di questi posti distanti. Sedie a due a due, o anche a una a una. Spezzati: fine del pubblico, inizio del pubblico privato, privato d’ogni vicinanza, d’ogni vicino di danza, orbo d’aria. Morbo d’aria, ché non sappiamo se è qua, stasera, mentre sulla sinistra via de’ Cerchi spinge l’occhio di bue sulla bocca della verità, se abbiamo paura che le nostre mani finiscano inghiottite da un altro, untore, decisore della nostra poca verità. Se non ci fosse stato l’inganno, non ci sarebbero state nemmeno le “vacanze romane”. Su “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi scendono in cerchi sulla loro via i danzatori, alcuni le mani nei guanti, presto i guanti nelle mani – per giunta congiunta anagramma di con guanti -, altri gli occhi nelle visiere, ché adesso sarebbe bello avere alle mani delle maniere. Fosforeggiano tre quarti di luna alla destra del palco, corona sopra il capo dell’Aventino. 

Nell’immobile luce del giorno lontano / s’è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato / la sua semplice fronte, e lo sguardo d’allora / è riapparso. La mano si è tesa alla mano / e la stretta angosciosa era quella d’allora. / Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita / allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa. / È tornata l’angoscia dei giorni lontani / quando tutta un’immobile estate improvvisa / di colori e tepori emergeva, agli sguardi / di quegli occhi sommessi. È tornata l’angoscia / che nessuna dolcezza di labbra dischiuse / può lenire. Un immobile cielo s’accoglie / freddamente, in quegli occhi. / Era calmo il ricordo / alla luce sommessa del tempo, era un docile / moribondo cui già la finestra s’annebbia e scompare. / Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa / della mano leggera ha riacceso i colori / e l’estate e i tepori sotto il vivido cielo. / Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi / non dan vita che a un duro inumano silenzio. (C. Pavese, ‘Una poesia del disamore’)

Un’immagine dal Balletto “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi al Circo Massimo, Roma (dal profilo Ig del Teatro dell’Opera)

Cos’è questa cosa che vedo che sento e che non chiede d’essere capita, d’essere tradotta? «La ricerca etimologica è una variante della psicologia, una delle più profonde e sorprendenti fonti di felicità». Così Alberto Savinio in “Ascolto il tuo cuore, città”. Ascolto ancora il tuo cuore, città? Roma, amor! Perché non danzi? Ballare, fonte di felicità come una etimologia, come una bocca del vero bambino, è verbo che risalirebbe al sanscrito “balati”, “balayati”, ovvero “muoversi in giro”, “aggirarsi”. Da quassù i ballerini sono formiche in piedi che cooperano, si scontrano, ma soprattutto si aggirano. Un movimento è ogni lingua, un gesto ogni idioma, un salto tutti i fonemi. Litigano sui divani. Di vani e divani è stata adornata l’intera nostra opera di rinchiudimento e di vani e divani è costruita l’intera coreografia di Peparini. Lo spazio, lo spazio inaccessibile è cosa vana. È vano ciò che c’è ma non contiene alcun corpo. Il balletto si aggira, aggira lo spazio, raggira la stanza. Dentro e fuori, il dentro che rimane appeso fuori e il fuori che s’intrufola dentro. Sulla scena appendiabiti, “uomini morti” in piedi, legnosi, ossuti. Se non erro riconosco nella coreografia (qualche giorno dopo, scorgendoli anche in vendita nella vetrina d’un ottico), lampade germicide, luci germicide – che nomi terribili, che numi terribili. Serrature, porte sprangate, bocche serrate, sguardi serrati, rapporti serrati, rinserrati, serre di non detti a cuocere al sole del silenzio. Mesi, forse mesi ancora, chissà se messi ancora verranno, se saremmo ammessi nei luoghi, nella natura, in quello che pensavamo nostro, un posto. Lo spazio è ancora interamente occupato dal virulento, dal lento virus dilagante, un timore accesso, un dolo. Focolaio, in sé, è persino una bella immagine. Danze focolaio al Circo Massimo, e nemmeno una sigaretta accesa, per tutto il tempo a chiedermi se fosse possibile appicciare un piccolo focolaio personale all’aperto. Ma poi dove lo spegni, come lo spengi.

Ma se amore, questa medicina / che cura ogni dolore con dolore maggiore, / non è la quintessenza ma, di più, / misto è di tutto, pena d’anima o senso, / e dal sole prende il suo vigore, / non è amore così puro né astratto/ come dicono quelli che non hanno altro amore / che la Musa. Ma, come ogni altra cosa / composta di elementi, amore a volte vuole / contemplare, altre fare. / Eppure più eminente, non maggiore, / l’amore è divenuto a primavera. / […] Se (come in acqua smossa molti circoli/ produce il primo) amore / riceve tali moltiplicazioni, / queste, come altrettante sfere, fanno un solo / cielo, poiché son tutte a te concentriche. / E sebbene ogni aprile aggiunga nuovo/ fuoco all’amore, al modo di quei principi / che esigono nel tempo dell’azione / nuovi tributi, senza abrogarli in pace, / così nessun inverno gelerà / la crescita d’aprile dell’amore. (J. Donne, ‘Poesie amorose, poesie teologiche’, Einaudi, Torino, 1971, trad. C. Campo)

La casa riposa al centro del balletto dell’Opera di Roma. Chiamano i nostri privati balletti dentro la casa, le acropazzie. Le sfuriate, gli sciarri furibondi, che cos’è tutto questo tempo vuoto e insieme, che già si assomma il mio al mio che non sapevo di avere, adesso raddoppia e si cumula al tuo che non sapevi di avere e a noi che non sapevamo di averci. La neve coprirà tutte le cose. La neve coprirà tutte le case. Anche se no, Alda Merini, quell’Alda Merini adesso proprio no, quell’Alda Merini da post Instagram, post lockdown, I would prefer not to, in mezzo, poi, a quella altezza, a sua altezza John Donne. Googlo per scoprire anche gli autori letti dalla voce di Preziosi: sì, non li riconosco. Googlo tenendo bassissima la luminosità dello schermo, per me e per chi mi danza attorno, nella sua composta posa, un misto di terrore e gaudio di stare vicini, di essere vicini. Il focolaio digitale che tengo nelle mani mi dice l’algoritmo sofferenza della misura, malattia del numero, paradossalmente, cifra della cifra. Invento questa etimologia di algoritmo per sostenere che la poesia aiuta l’algoritmo a farsi trovare: la successione dei termini, gli accostamenti fulminei e inaspettati fanno sì che le nostre ricerche di sparsi versi siano agguantate facilmente nella rete, che non si perdano in mezzo ad altri testi che poetici non si danno, che appartengono soltanto alla comunicazione, che hanno meno corpo, meno ritmo, meno “algos”, meno dolore, meno aria.

Quasi che come ferro / bagnato in antimonio, / ti avessero portato a taglio / per il mio cuore. / In esso s’è in eterno fissata / la dolcezza di questi tratti, / per cui non ha importanza / che il mondo sia spietato. / E perciò si biforca / tutta questa notte nella neve / e tracciare un confine / tra di noi non posso. / Ma noi chi siamo e da dove / se di tutti quegli anni / sono rimaste chiacchiere / e noi siamo scomparsi? (Boris Pasternak, “Convegno”)

Tracciare un confine tra di noi non possiamo. Ed è per questo che lì c’è un corpo di ballo: uno soltanto, solo uno e tanti. Ancora cifre: quanti corpi è un corpo? Misurazioni, quantità della qualità. In un libro recente, “Noi, il ritmo. Taccuino di un poeta per la danza (e per una danzatrice)” (La Nave d Teseo,2019), il poeta Davide Rondoni prova a dire proprio cosa è questa misura, questo verso del movimento: «La danza non è “movimento”. La poesia non è “discorso”. Sono: gesto. Da gerere, in latino “portare”. Corpo che porta (corpo gestante… doglia… generazione). / Il piede. Quel che si posa nel passo. E nel verso. La parte che non si stacca mai definitivamente. E che dà misura. Il punto in cui la vita posa, la vita si leva… “Il mistero, e di pari passo, la misura” (lo ha scritto Ungaretti). Il piede, il passo, dunque, misura del mistero. Ma non misura nel senso che lo esaurisce (lo dice anche Ungaretti) ma che lo esprime». Le mani non sono solo nostre, il corpo non è solo nostro. Restiamo nel gesto sempre e ora, imbalsamati nel tempo, gestiamo quello che ci resta di una vicina danza.

Una risposta a “Balletto di vani e divani”

  1. Appassiona e coinvolge il ritmo della parola ” assonante ” di Simone Di Biasio che invita al dialogo e alla risposta infinita:
    Vani…ma insieme superbi e irrinunciabili
    Divani e appendiabiti… vani
    per ” uomini morti ” come appendiabiti
    che girano in tondo e poi si coricano
    alla fine del ballo nei vani
    poiché vano ma sublime è il ballo della fine
    un gesto cristallizzato e definitivo
    non già un semplice movimento
    poiché, come per Benjamin,
    Ogni gesto è un evento,
    quasi un dramma in sé.

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