Roma come non l’avete mai

Scipione (Gino Bonichi), Piazza Navona, Olio su tavola, 80x82cm, Galleria nazionale d’arte Moderna, Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All’improvviso, dentro di noi si scioglie una corrente remota e nella sua onda trascorrono confusamente come relitti luoghi goduti ormai inafferrabili: è un movimento tellurico che travolge noi stessi e tuttavia il nostro essere si ricompone con la stessa rapidità che lo sconvolse. Questa è la nostalgia. Ma c’è un’ansia di rivedere un luogo, dopo un lungo o breve soggiorno donde ci strapparono le circostanze: essa non dura l’attimo di quella corrente per continuare lungamente col suo lento stillicidio sino a diventare pena. È una pena che cresce non diversa da un ciuffo d’erba che senza tregua si rinnovi tra le crepe di un muro, e quel muro è un intimo recinto, dentro il quale una parte di noi vive prigioniera. Mai è il termine di tanta pena per chi abbandona Roma (…).

[L. de Libero, ‘Roma fatta a scale’, Quaderni di Piazza Navona, 1978]

Sul “Corriere della sera” di domenica 31 maggio c’è una foto in prima pagina in cui via del Corso appare: Roma pare affollata (in un articolo dal titolo “Il paese irreale”, il 22 giugno 1993 Pietro Citati scrisse: «Chi ha mai detto che un giornale debba raccontare ciò che accade? Sui giornali, vorrebbero raccontare il possibile, l’impossibile, l’inverosimile, l’irreale: un’ altra realtà, come quella che (secondo alcuni) è amata dai poeti»). Scendete, scendete quaggiù, sul pianeta dei guardanti, osservatori di dpcm, di dispositivi, di profilassi, di igienizzazioni, di ossessioni. “Dal 3 riaprono le Regioni, quindi forse pure la Lombardia”. Che cos’è una regione? Il cuore ha le sue regioni che la regione non conosce. Avete regione: ognuno ha la sua regione, guai a chi ce la tocca.

Scendete. Scendete a guardare coi vostri occhi. Via del Corso è un fiume secco, si può camminare sul letto. Solo i più giovani osano, forse non hanno mai smesso. Si muovono appena gli occhi, due palle in campo sopra la linea di cotone. Adesso il mondo si divide tra chi vede e chi guarda: i più vedono strade affollate mentre è ancora troppo presto per colmare, “le movide”, gli assembramenti acefali, le goccioline sospese a ogni respiro, i gomiti a golfo; gli altri guardano la vacanza dei luoghi, immobili con lo sguardo sull’orizzonte deserto.

Sciacquatevi le mani, lavatevi le mani dentro quest’acqua santa che sbocca dai leoni, guardiani, guardanti. Non serve entrare nelle chiese, ci camminate già, ci siete già dentro. Suona l’organo della scalinata di Trinità de’ Monti. Sentite: guardate, non vedete? Vedete fantasime, ma se guardate, potete leggere le vetrine come un romanzo: fermatevi, sottolineate, evidenziate, mandate a memoria. Il vuoto, il concetto. Roma è un concetto di se stessa, adesso. Si guarda, è uno specchio, è una vetrina, la signora in mascherina che si riflette nella lastra dorata della targa di uno studio d’un gruppo di avvocati, si ravviva i capelli, si vede osservata e se ne va dentro gli occhiali.

Non canta nessuno per le strade e canto io, un silenzio piegato come una camicia. Più di un silenzio: una apnea. Il fiato trattenuto davanti alla bestia. Il chitarrista verde vede un suo compagno, s’inginocchia, gli confessa che è venuto per ritrovare un po’ di allegria, ma non si sente cantare, forse non se la sente. Non ve la sentite ancora, vero? Non ve la sentite Roma sotto le mani, sotto questo velo che copre il movimento, gli organi, gli organi dei sensi, il naso, la bocca? Imboccando l’entrata del negozio di indumenti vuoti pronti alla sanificazione, ancora quel profumo, una fragranza “insostenibile” sostiene la ragazza voltata alla sua amica, alla sua evidentemente congiunta, girata come una statua che mostra il fianco alzando il braccio a liberare la linea intera della sua figura.

Serrande abbassate, dispositivi di protezione calati sul viso di questi edifici umani. Dalla piazza del Quirinale San Pietro somiglia a una biglia appena insabbiata dentro la fitta radura di questa natura creaturale, sempre e ancora gravida, eppure santa, immacolata. Rosseggiano tutti i volti che non ci sono, la pelle stracciata dalle stoffe, o forse dovremmo dire la pelle stracciata dal terrore, dal terrore di vivere, che sia proprio nostro il tempo. E il luogo, questo luogo adesso, ferita aperta dove qualcuno mette le mani, fruga, fuga il dubbio che non possa tornare a essere sangue pulito, la corrente della vita che siamo. Guariscici, Roma interdetta. Stringi il tuo segreto, il tuo passato imputtanito, guardaci dalle terrazze di vetro che un tempo raccoglievano i discorsi. Tocca ancora al cielo dirci che farà, se domani è pietra o pianto, se è statua o un’idea che spinge dentro la materia immortalata.

From the ground buildings rush up to the sky
Throwing shadows over times gone by
See the hooks dangle from the cranes carefree
Kings and rulers over you and me
But if everything is as it was
Saying just because is not enough

[Lazy Giants, Asgeir: ascoltare qui]

 

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