Infanzia della via crucis

Papa Francesco in Piazza San Pietro per la via Crucis 2020 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

[Da leggere ascoltando questo pezzo: spoti.fi/3cnMIaj]

I stazione. Gesù è condannato a morte (meditazione di un condannato all’ergastolo)

La mia crocifissione è iniziata quando ero bambino: se ci penso mi rivedo rannicchiato sul pulmino che mi portava a scuola, emarginato per la mia balbuzie, senza nessuna relazione. Ho iniziato a lavorare quando ero piccolo, senza poter studiare: l’ignoranza ha avuto la meglio sulla mia ingenuità. Il bullismo, poi, ha rubato sprazzi d’infanzia a quel bambino nato nella Calabria degli anni Settanta.

Per la prima volta nella mia vita ho seguito dall’inizio alla fine la diretta televisiva della via crucis 2020 in piazza San Pietro, Roma. Per la prima volta coscientemente, come scelta: la sensazione di assistere a un evento dalle caratteristiche irripetibili. Probabilmente ho assistito, sempre alla televisione, a qualche via crucis da bambino, ma non ricordo, tengo da qualche parte immagini degli anni passati, ma non ricordo nitidamente. Invece tutti i detenuti, tutti coloro che sono in carcere e che lavorano in carcere (il “Due Palazzi” di Padova, in questo caso), e ai quali quest’anno sono state affidate le meditazioni delle stazioni, ricordano perfettamente cosa erano da bambini, come erano da bambini: è per questo che scrivo questo pezzo, le questioni religiose non sono di mia stretta pertinenza. Questi uomini e queste donne della via crucis scavano nei territori dell’infanzia per salire al Golgota del pandemonio, grattano con le unghie la terra che tutti abbiamo smosso da bambini perché ci sembrava dire qualcosa quello spazio su cui iniziavamo a camminare, a cadere.

III stazione. Gesù cade per la prima volta (un detenuto)

Della mia infanzia ricordo l’ambiente freddo e ostile nel quale sono cresciuto: bastava scovare una fragilità nell’altro per tradurla in una forma di divertimento.

Il bambino, in questa via crucis dell’assenza, è davanti agli occhi, è tra gli occhi dei processanti, è il medico con gli occhiali chiamato a portare una fiaccola, (tra altri medici e infermieri della Santa Sede). L’ho osservato in tutte le inquadrature che hanno offerto il suo volto, il suo bambino. Sembra l’abbiano preso da dove stava un minuto prima di scaraventarlo su quella piazza: è quasi disorientato. Non so niente di lui. Googlando, scopro che è il dottore Soave, un nome che nemmeno in una fiaba. Pur googlando ancora, continuo a sapere pochissimo di lui, ma alla televisione non smetto di seguire il suo modo di abitare la scena. Avrà le mani fredde. È il “più bambino” di tutti: adesso incarna il bambino di cui parlano nelle meditazioni i detenuti, l’agente di polizia Penitenziaria, l’educatrice del carcere. Non riesce a tenere lo sguardo fisso, gli occhi gli cadono a terra – nona stazione: gli occhi cadono per la terza volta. Forse non riesce a tenere la concentrazione. Magari la sua testa è fuori, al reparto lasciato per una notte per salire al Cranio, alla testa del sacro: sul Golgota è sepolto il primo uomo Adamo, anche il primo e ultimo uomo a non avere avuto una infanzia, l’unico uomo nato uomo, e che probabilmente si fa bambino solo nella morte. Ipotesi. Smentite. Scie.

‘Cristo’ (ceramica), Lucio Fontana, 1956-7
(foto del retro in cui intravedo un bambino)

V stazione. Gesù viene aiutato dal Cireneo (un detenuto)

Con il mio mestiere ho aiutato generazioni di bambini a camminare diritti con la schiena. Un giorno, poi, mi sono trovato a terra.

Il medico che continuo a seguire nella diretta televisiva della via crucis è il più “indisciplinato” pur in quel rigore assoluto, in quella fila dettata da una precauzione che è anzitutto simbolo, spazio che è, primariamente, tempo, gesto, turno. È i piedi tra il bambino timido e il bambino che soffre la reclusione: una posa di tenerezza. Nella mano sinistra tiene la fiaccola, controlla come sgocciola, da quella fiamma è affascinato. Questo bambino che vorrebbe scappare, che sente di non essere a proprio agio, in questa piazza vacante è rinchiuso in casa, in questa via crucis virulenta è costretto a restare nella casa che gli era stata profetizzata: conosce benissimo la caduta, conosce benissimo se stesso e quel corpicino in croce. Perché Gesù è Il Bambino, è il bambino più rappresentato nella storia dell’arte, ed è dunque creatura anche e soprattutto sulla croce, nella morte che con lui, solo con Lui diventa grembo. E resurrezione, rinascita. Cristo nasce e muore in un antro di pietra, in una grotta, avvolto in un panno. Mario Benedetti, da poco scomparso, scrive in “Umana gloria”: «una grotta si apre nella grotta, e sembra qualcosa dire così». Non si sottrae, il nostro medico, al coro. Anche lui, col labiale, pronuncia bene le parole in latino della liturgia (liturgia: in liturgia sta “urgia” di “urgenza”, da “ergazomai”, il verbo greco da cui deriva pure “ergastolo”). In “Dei bambini non si sa niente”, la scrittrice Simona Vinci dice che i più piccoli «Cantano per bene, come se fosse un compito, un mantra che se lo ripeti e lo ripeti e lo ripeti, perfetto e limpido, fa andare via tutto il male e i brutti pensieri».

VIII stazione. Gesù incontra le donne di Gerusalemme (figlia di un detenuto)

La vita mi ha costretto a diventare donna senza lasciarmi il tempo d’essere bambina.

Con un’amica che si occupa d’arte, commento a caldo su whatsapp le impressioni sulla visione, confessando anche un pianto. Lei invece mi confessa di avere conversato, nel pomeriggio, con un’artista contemporanea che le ha detto: «Se non fossi stata madre, non sarei diventata l’artista che sono. Io esisto in quanto madre, quindi esisto in quanto segno». Il medico bambino si guarda attorno, quasi mai verso il centro. In un passo di “Narciso e Boccadoro”, il giovane monaco si rivolge al giovane artista e dice: «Hai dimenticato la tua infanzia, e dalle profondità della tua anima essa ti cerca. Ti farà soffrire finché non le avrai dato ascolto… (…) Le nature come la tua, dotate di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori, i poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero. La vostra origine è materna. Voi vivete nella pienezza, a voi è data la forza dell’amore e della esperienza viva. Noi spirituali, che pur sembriamo spesso guidarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo nell’aridità. A voi appartiene la ricchezza della vita, a voi il succo dei frutti, a voi il giardino dell’amore, il bel paese dell’arte. La vostra patria è la terra, la nostra è l’idea. Il vostro pericolo è di affogare nel mondo dei sensi, il nostro è di asfissiare nel vuoto. Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto». Può iniziare così, con un segno, la via lucis, l’uscita dall’infanzia, che è sempre una uscita doppia, dell’essere madre e dell’essere figli, è genitoriale e filiale, è un percorso che si compie con un doppio, con quella «duplice origine» di cui parla Joseph Ratzinger ne “L’infanzia di Gesù” che è stata la creatura nel grembo, però: com’era il grembo di Maria, che madre materna è stata Maria nella sua eccezione di casa, nella sua accezione di accoglienza nel deserto?

X stazione. Gesù è spogliato delle sue vesti (una educatrice in carcere)

Sono queste le creature sospese che mi vengono affidate: degli uomini inermi, esasperati nella loro fragilità, spesso privi del necessario per comprendere il male commesso. A tratti, però, assomigliano a dei bambini appena partoriti che possono ancora essere plasmati.

Dettaglio di alcuni intervenuti alla via crucis, tra i quali il dott. Soave

Nei Vangeli apocrifi, gli unici che testimoniano dell’infanzia di Cristo, il bambino Gesù è indisciplinato, ma compie gesti degni di una fiaba di Andersen: in riva a un fiume, ad esempio, forgia con l’argilla dodici piccoli uccelli (proprio dodici, come gli apostoli), ma era sabato, giorno consacrato, non si poteva creare, quindi i suoi amici “fanno la spia” a papà Giuseppe e quando quest’ultimo lo sgrida, lui, il piccolo Gesù, batte le mani e quelli, i dodici piccoli uccelli d’argilla, prendono a volare. L’educazione è questo plasma, sangue o argilla, materia che può guarire, plasma che può essere trasferito. Cristo nel sacrificio offre la sua plasmabilità, essersi fatto uomo significa dare il sangue, significa poterlo perdere, significa poterlo donare per, perdonare. Cristo nel sacrificio offre le sue mani plasmanti, mani ora legate, legate alla croce, unico senso inibito perché unico senso che deve muoversi per attivarsi: un odore ti arriva, la vista ti sbatte in faccia, un rumore ti raggiunge, un sapore si appiccica in gola. (Anche i piedi sono mani, ma non siamo educati a toccare con i piedi: avremmo un duplice tatto.) Forse per questo il medico bambino Soave scalpita, ha queste mani costrette (e anche i piedi, non possono andare altrove), mentre vuole tornare a plasmare il mondo, vuole liberare tutte le mani, tutti i piedi. La via crucis è una fiaba gotica in cui il dottore Soave può tornare a svolgere il suo compito fuori da casa, nel silenzio dettato dal sangue, dall’educazione d’argilla di non portare pena della pena, segno del segno: le mani saranno ancora mani dopo la morte. E adesso lo vedo raccogliere gli occhi, ravviare lo sguardo, riprendere il potere, come ogni creatura nel pieno possesso di sé, delle sue mani e dei suoi piedi.

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