duna park

Antonio era al mare perché il 21 luglio era una giornata di sole caldissima e azzurra. La duna sembrava il corpo di un animale dorato dormiente, con le linee sulla schiena disegnate dal vento. Arrivò di mattino presto, ricordando l’ora in cui i suoi nonni, da bambino, lo portavano su quella stessa spiaggia. Avrebbe voluto mangiare una pizza rossa. Non piantò alcun ombrellone, ce n’erano ancora pochissimi anche attorno a lui. Gli sembrava d’essere il padrone d’una riserva naturalistica. Sistemò il telo blu, scavando una piccola fossa che avrebbe reso la posizione più comoda per la lettura. Prese un libro dallo zaino di jeans, era un racconto di Calvino che tentava di terminare da settimane. Non sentiva abbastanza le onde. Decise di mettere un po’ i piedi in acqua prima di continuare la lettura, perciò si avvicinò al bagnasciuga lanciando il libro sul telo e guardando le ciabatte affondate nella sabbia. Antonio visualizzò la posizione che più amava assumere da bambino, quando non c’era sua sorella a richiamare attenzione e i nonni non avrebbero potuto sgridarlo di essersi allontanato troppo in mare. Si sdraiò sulla sabbia bagnata dal frangersi di quelle minuscole onde perpendicolare alla linea del mare. Chiuse gli occhi di fronte al sole non ancora alto. Ricordava perché amava quella sensazione: l’acqua arrivava piano a bagnare tutto il corpo che aderiva a terra, come fosse un pesce spiaggiato a riva. Prima i piedi, poi un’onda più lunga, tesa come un elastico, inumidiva l’incavo delle ginocchia, le gambe. Poi qualcuno tendeva ancora l’arco delle onde e il moto veniva a bagnare la schiena, la nuca, il capo. Sentiva il corpo staccarsi a ogni frangimento.

Così quando il mare gli toccò i piedi, questi stavolta si staccarono davvero e finirono a galleggiare dove l’acqua s’era appena ritirata. All’ondata successiva toccò ai polpacci e alle ginocchia. Era adesso il turno di quel che rimaneva delle gambe. Antonio sentiva poco più di mezzo corpo rimasto ancora a riva. Il mare tese ancora l’arco delle sue onde e queste vennero a toccare il bacino, strappandolo al busto. Il bacino ora si lasciava cullare poco distante dagli altri pezzi di corpo. Giunse una nuova ondata, più forte che si trascinò il busto. Il busto ruotava nell’acqua, nuotava proprio come un vero morto a galla. Siccome nel distendersi sulla sabbia Antonio aveva allargato le braccia come a formare una croce, queste erano all’altezza delle spalle e non erano state ancora sfiorate dal moto ondoso. Non ancora, perché la forza dell’acqua s’infranse anche su di loro, però senza staccare le mani: l’acqua portò con sé solo le braccia, le mani restarono a palmi aperti spiaggiate: sembravano voler raccogliere qualcosa, una preghiera, la luce, o una parola. Nemmeno il tempo di pensarlo che quattro minuscoli granchietti emersero dalla sabbia e come formiche sollevarono quelle mani: due per lato, due trascinarono la mano sinistra e altri due la destra, avvicinandole al mare finché un’onda non li travolse impossessandosi degli arti. A riva era insomma rimasto solo il capo, ancora incollato al suo collo, da cui spiccava un pomo d’adamo sporgente come il nocciolo di una pesca. Antonio continuava a bearsi di quello spiaggiamento, volse persino la testa a destra, lo faceva sempre da bambino quando sentiva arrossarsi il naso alla maniera di un legno sul fuoco. Giunse infine l’ultima piccola ma tenace onda: mancava quell’ultimo pezzo da trascinare in acqua, l’opera era compiuta. Le parti del corpo di Antonio che il mare aveva staccato adesso galleggiavano sparse l’una accanto all’altra, ancora vicine alla riva, ancora rispondendo al monito della nonna di non allontanarsi troppo per potersi lasciare guardare.

La spiaggia, nel frattempo, aveva iniziato a popolarsi di ombrelloni e di gente. Un bambino che faceva castelli con il suo secchiello, nell’andare a prelevare acqua per il suo fossato a guardia della fortezza, aveva notato quegli strani pezzi galleggiare. Li credeva giocattoli della sua borsa da duna park: palette, biglie, rastrelli. Così aveva iniziato a raccoglierli. La prima cosa che prese con le sue mani fu una mano, e lui la credeva proprio un rastrello rosa. La appoggiò sulla sabbia asciutta, vicino agli altri suoi aggeggi marinareschi. Voleva, però, raccogliere anche tutti gli altri pezzi, e voleva farlo prima che altri potessero vederlo e impossessarsene, soprattutto prima che altri marmocchietti potessero accorgersene e fare stupide storie di spartimenti. Così tornò in fretta in acqua e prese un altro pezzetto: stavolta era un ginocchio con il suo polpaccio (presumibilmente il sinistro: Antonio aveva le gambe un po’ storte e sarebbe stato facile ricomporlo per chi lo conoscesse). Lo depose accanto alla mano che aveva pescato poco prima, praticamente attaccato. Corse ancora in acqua, schizzando coi suoi piedini ovunque, non curandosi nemmeno del mare che gli finiva in gola, eccitato da quei ritrovamenti. Questa volta prese il busto: era un po’ più pesante degli oggetti raccolti prima, quindi lo resse con entrambe le sue manine, tenendolo stretto al suo stesso petto, così minuscolo rispetto a quello che reggeva. A riva lo appoggiò appena sotto alla mano e al ginocchio, che nel frattempo sembravano aver legato come un gomito al suo avambraccio, o semplicemente come due amici ritrovati al mare. Ritornò in acqua, serio ed eccitato nello stesso tempo. La prima cosa che si trovò davanti furono i due piedi, davvero non sapeva cosa fossero nel suo privatissimo duna park, e li prese entrambi, il destro nella mano sinistra, l’altro nell’altra. Li posizionò subito sotto il busto, sembrava quasi stesse stabilendo un ordine tutto suo nella ricomposizione di quelle mirabilia. Così anche i piedi si legarono all’incavo che il busto offriva nella sua porzione inferiore. Non era ancora il momento di ammirare l’opera nella sua interezza, il lavoro di recupero andava prima portato a termine.


Antonio – avrà avuto sei anni, il costumino a righe gialle e celesti su fondo bianco e un solo capezzolino, il destro – rientrò in mare, si fece largo tra le piccole onde e afferrò il primo aggeggio che galleggiava a un palmo dal suo piccolo corpo: era la testa e lui la pensava una palla per giocare, e già pregustava di prenderla a calci, sebbene un po’ pesante e con alcune sporgenze che avrebbero reso imprecisi i suoi minuscoli tiri. Tenuta per le froge del naso, si chinò verso la sabbia asciutta e mise quella palla sotto i piedi, però a testa in giù. Corse ancora in acqua e prese in mano una mano, l’altra, quella rimasta a galleggiare: la sistemò sotto la testa, praticamente appiccicata ai capelli cortissimi. Nell’altra mano aveva preso il bacino, incastrando le dita a gancio in una piccola cavità sulla parte superiore del fondoschiena. A riva aveva fissato il bacino alla mano al contrario, praticamente con questo fondoschiena coperto da un costume blu rivolto verso l’alto, ma non se n’era certo curato. Mancavano soli tre pezzi, li vedeva brillare in mare: si fiondò a recuperarli. Per prime afferrò le due braccia, che credeva palette o al più bastoni, se le mise sotto l’ascella minuscola e glabra, quella vicina al suo unico capezzolino e le poggiò sulla sabbia sotto la mano, congiungendole come fossero un’unica lunga paletta. Mancava soltanto l’ultimo ginocchio, ma quella forma raccolta nell’acqua, che vagamente somigliava a un grosso boomerang, destò anche l’attenzione di sua nonna, la quale scostò lo sguardo da “Novella Carina” che stava leggendo e si avvicinò a suo nipote.
L’aspetto di quello che era riemerso dall’acqua era spaventoso, ma non per il bambino. “Antonioooo! Che cos’hai fattooo?!”, gridò la signora, dando segni di svenimento. Venne in soccorso suo marito, il nonno di Antonio, ma le grida avevano risvegliato tutta la spiaggia dal torpore di quella giornata afosissima. Antonio rideva, rideva come un bambino: quella figura storpia gli pareva proprio simpatica, una specie di Transformer che s’era costruito con le sue mani. La gente, appena vide quel corpo a pezzi, diede di matto. Chi tentò di chiamare i soccorsi, chi iniziò a piangere, alcuni corsero in acqua a tuffarsi per non vedere. Antonio continuava a ridere, intanto il mare aveva preso ad agitarsi e le onde s’infrangevano su quel bagnasciuga più forti di prima. Nessuno aveva osato toccare quel corpo, nessuno che avesse provato a ricomporlo. L’acqua riprese a scorrere sotto quelle membra assemblate senza apparente criterio e così il mare si prendeva pezzo per pezzo il corpo infranto. Ma stavolta il moto ondoso s’era fatto così violento e scostante che gli arti vorticarono in acqua per qualche secondo, ma poi il mare risputò quei detriti velocemente, dopo averli mescolati ancora una volta. Sulla sabbia arrivarono così, in ordine, una testa con il suo collo, un busto e due braccia estese a croce, due mani coi palmi rivolti verso il cielo, un bacino stavolta col fondoschiena nel di dietro, le gambe storte ma al loro posto, le ginocchia coi polpacci e i due piedi.
Quel corpo ricomposto dalla forza del mare stava disteso al sole, adesso riconoscibile, come nulla fosse accaduto. Dalla testa s’erano aperti gli occhi. Antonio, l’Antonio che s’era disteso sulla sabbia, spalancò le sue iridi castane e un poco si spaventò di tutta quella gente che lo guardava dall’alto verso il basso preoccupata, spaventata. Lui allora si rialzò, anche perché non riusciva più a prendere il sole visto che quelle persone gli facevano ombra sul viso. Si scrollò la sabbia di dosso e non si sentiva affatto a pezzi, ma come rigenerato da una lunga nuotata o un sonno indisturbato. L’unico che piangeva era il bambino, e Antonio non capiva il perché, ma si allontanò lo stesso, mentre la folla si diradava, aprendogli il passaggio. Gli pareva di aver dormito così tanto da avere persino sognato una piccola creatura che lo salvava da un naufragio. Prese il telo, si asciugò, raccolse il libro sulla sabbia e vide che s’era bagnato quasi completamente, le pagine erano fradicie e in quel modo illeggibili. Sentì una signora urlare “Antonio, raccogli tutti i tuoi pezzi, non fare storie, ti ho detto che dobbiamo tornare a casa!”. Quel bambino piangeva ancora, e forse più disperato di prima. Allora con la mano destra Antonio, tutto d’un pezzo, si afferrò il ginocchio destro, con un colpo deciso lo staccò e lo lanciò per aria. Quella strana forma a boomerang generò un lancio che arrivò a sfiorare gli ombrelloni delle prime file, ma, come ogni boomerang che si rispetti, tornò indietro e Antonio lo riacciuffò al volo, rimettendoselo al suo posto. L’Antonio che piangeva allora smise di piangere e rise molto forte di quel gioco e l’altro Antonio allora smise di stare a guardarlo e se ne tornò a casa, tutto intero come era venuto.

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