senza titolo: natale

Dalì in mostra a Palazzo Fondi, Napoli (dettaglio nicchia)

Le anguille sono piccoli pezzi di plastica neri. Stanno dentro un bacile minuscolo e sembrano vive perché l’acqua che cola da una fontanella le colpisce sul capo e produce uno scontro, crea un movimento semicircolare irregolare tra di loro che così paiono vive. Non passa corrente elettrica per sto ciclo, ma il costruttore, l’artigiano ha guardato quello che succede dentro la vasca o naturalmente sotto una cascata e l’ha riprodotto. In scala. Tutto questo accade dentro una decina di centimetri quadrati, sotto lo sguardo di Padre Pio e Papa Francesco che si muovono scattosi e sembrano indicare stimmate e carità. Non l’ho guardata bene Napoli stavolta, tenevo la capa altrove. Anguilla sirena innapolata. Pensavo a lei, la inseguivo con un pensiero che mi pareva il passo di una danzatrice che non si ferma ma volteggia sempre durante lo spettacolo. Che vedi di un balletto? Ballerina o movimento? Corpo o spazio? Stavolta mi sa che Napoli si è messa treméndere me, a come mi ci perdevo in mezzo alle facce di Pulcinella illuminate sopra le capocce e illuminate dentro le capocce della gente che si muove, si scontra come le anguille dentro quella pescòla, quella piccola pozzanghera artificiale, tutta umana.

È la luce di Napoli che funziona come il filo d’acqua che scende e ammesca, innesca il movimento. San Gregorio Armeno è una basilica, io sapevo solo il vicoletto dove stanno assieme santarelli e cornuti della televisione, calciatori e maschere, burattini e mastri. Invece s’apre questa scalinata che non sai, s’apre come s’apre un pensiero che non sapevi, che nascondi e invece ti risale: così quei gradoni che una vecchia fa piano uno a uno, a ogni quattro si riposa, s’appoggia al muro alla sinistra e tira il fiato colle calze color carne e quelle scarpe che mio nonno vendeva solo alle più vecchie, col tacco largo di non più di quattro centimetri. Arrivata in cima, intabarrata in un cappotto blu fino al menisco, fa un sospirone e s’avvia dentro la cappella: là sta un altro vecchio che saluta, seduto alla maniera dei guardiani messi là da chissà quale cristo con una trippa come di gravidanza – e chissà quali creature nascondono, nascono.

La scalinata d’ingresso della chiesa di San Gregorio Armeno

Per andare nel chiostro però s’ha da pagare, saranno quattr’euro, non di più: ne darò 5 per vedere qualche rimasuglio di Dalì in un palazzo rimesso a nuovo in qualche settimana dalle finestre sfondate e il soffitto spogliato, provare i suoi baffi sopra i miei, le sue idee manageriali sulle mie di futuro, di cose che verranno. Sulla soglia sta una suora, dice qualche frase che non s’intende, ma ce l’ha con la signora che saliva affannata le scaliate. Il vecchio gravido sta mezzo addormito in ombra, non s’accorge forse mai della luce, la tiene alle spalle, la tiene sul capo, mannaia: perché mica solo la luce è santa, è santa pure la penombra, e magari è lei che ha partorito il chiarore. La madonna, per esempio, ha partorito la luce, l’ha fatto dal buio. È più il tempo che le cose stanno spente che quello in cui restano accese: stutato è regola, appicciato è evento.

Un freddo che non ricordavo a napoli, l’ultima volta che ci ero venuto stava per nascere una idea di estate, si sentiva l’odore d’un bruciore. Invece mò un freddo che taglia la gola, una specie di voce che ti torna di notte, in sogno. Qualche tentativo di cantare, viene sempre se t’innàpoli: anche qua, voce rotta. L’acqua torna a infradiciare le cervella, la luce la fa luccicare. Una schiena e tu che la cavalchi. Napoli schiena inarcata e tu a passarci le dita. Napoli di scena e tu a muovere le mani. Napul penzier, luce. Partenope mai morta, perché qua è un posto dove non muore nessuno, perciò sono tanti ma si fa sempre spazio per qualchedunaltro. Avere è aggio, è agio, e non sta bene. Si scioglie il sangue, un’altra volta, e nessuno se n’accorge: il miracolo tiene un tempo, un ritmo suo, una canzone precisa registrata, perciò si canta, si grida al miracolo, uh Maronn, forse succede ancora e la gente attorno non lo sa, invece ha da sapere, non è possibile che non sente. Dentro un mistero s’arriva come dentro a una casa: per invito, o accoglienza. I mantili spasi colle lenzuola stanno per quello, a dire che s’espone alla luce quello che succede dentro. Ma è già successo, non ci puoi fare più niente. Entra e dici la tua sorte, sfoga, sfrénati.

Capri vista da MErgellina

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