Farsi visitare da una mostra romana

dalla serie delle “Carte” (con sedia)

Tiger è un luogo poetico, palcoscenico dell’inutile, dettaglio alla vendita. Come inutili l’arte la poesia il teatro. Carovana di dispensabile, treno merci del non indispensabile. Accanto alle rovine ai resti all’area archeologica, le rovine i resti l’archeologica area del consumo: giochini a buon mercato luna park di spuntini biglietti per uno spettacolo di travestimento. Due suore rovistano tra le reliquie, sotto il velo il desiderio di comperare, la fede di trovare qualche cosa. Ogni negozio è una boccetta di profumo aperta, deodorante spray del secolo ventuno, età delle mirabilia. Alcott, Zara, H&M, all’interno musica classicamente all’opera: canticchia mentre tocca il poliestere 87,2% lana 12,8. Sente al tatto la fattura, la frattura tra i tessuti, sintetico e naturale ammischiati assieme. La natura non si dilegua, l’artificio è ovunque, è lei ad avviare la sintesi. A innervare il tragitto verso la mostra romana di Corrado Cagli.

Canzoni-serie, serialità del ritmo: la musica contemporanea eccita, solletica lo sguardo, sguscia da sotto i pantaloni come un sesso. Sono composizioni perfette per l’atto in corso: la sirenica voce di Dua Lipa, una specie di danza vocale, il suono del registratore di cassa retrò per l’ultima di Mahmood, Billie Eillish canta come una seta che percorre le pieghe, le onde. Ulisse è s-paesato, è fuori dal suo paese, perciò è anche eccitato dalla paura. Tutto così elettronizzato, detronizzato: le voci con l’autotune, le rime scattose, parole tronche come mani tagliate da una motosega.

«Che si attinga al magma, nell’illimite sondare dell’inconscio, che si proceda per affinità elettive a esplorare giungle e labirinti di culture popolari, Africa, Nuova Guinea, Nuragici, Precolombiani, che si consulti la sfinge della macchina, dei fumetti, della fotografia, del polistirolo espanso, non può significare se non l’accettazione della propria condizione storica e umana e la appassionata volontà di esprimerla» (“Lo spazio e il tempo”, 1969). “La sfinge della macchina”, dice Corrado Cagli che chiama quell’Ulisse dalla strada: l’enigma della macchina, dunque anche la sua attrazione, il suo oracolo anfibolare, l’incertezza del significato, la necessità di dare un senso alla via del corso, al corso degli eventi, alla stereofonia dei percorsi.

L’enigma del gallo, C. Cagli, 1957

Sulla strada tutto è pedonabile: palline di un flipper luminescente, madonne dipinte col fuoco, un vecchio che balla, fenomeno da baraccone, baraccone da fenomeno: diventa virale, il suo passo sta in tutta la rete, nelle dirette da punto a punto, nei post più affollati, nei cloud nell’aria, nelle icone che si autodistruggono in ventiquattrore. Lo sguardo di mille donne coi pennelli che s’imbellettano, lanciano dardi di iridi, i fidanzati le tengono strette nelle mani, ma scivolano sotto il cappotto, si sciolgono sopra l’asfalto.

Ulisse deve pulirsi della vista, rispondere alla chiamata di Cagli in mostra a Palazzo Cipolla. Sale dove stavolta il pubblico è in frantumi, i compagni perduti, gli spettatori polverizzati come i colori con l’aerografo nella serie delle “Carte” a cui l’artista lavora tra il 1958 e il 1959: è la sezione che più impressiona. Vorrebbe toccare quei materiali come nei negozi che ha appena lasciato. Gli oggetti reali, naturali, scompaiono dentro la carta intelata che poi porterà la loro forma attraverso gli stropicciamenti, le fratture, le piegature. Un senso di figura, una percezione di materialità, una sensazione di tessuto, una dialettica tra materia e immagine, come tra i corpi e le proiezioni degli stessi al centro di Roma nel pomeriggio novembrino di sole cristallizzato dove i più fotografano filmano recordano. Un gioco, una sperimentazione quella di Cagli che lascia interdetti i visitatori, i poeti tornati a parlargli stanno a bocca aperta a rovistare cogli occhi in cerca di qualcosa.

Orfeo incanta le belve, C. Cagli, 1938

«Pastore, Pastoreee, il tiroooo!»: i custodi guardano dallo schermo un’altra partita, sperano in una rete, sperano nella rete che tenga. C’è uno sgabello vuoto alla destra dell’opera di Cagli che vira sul giallo, pare retroilluminata. Si vede un gallo, paiono sindoni quelle tele, quelle carte, sintetizzano figure mescolate. Com’è arrivato a farci vedere questo invisibile? Cosa voleva mostrarci che lui stesso già più non vedeva? Forse Ulisse vede quella tela e sente qualcosa.  Un’impronta, una fissazione dello sguardo: quelle pieghe ancora si muovono, proseguono una definizione all’interno della ridefinizione continua, questa progressiva finzione dello sguardo e le nostre ostinate de-finzioni, ludici tentativi di non lasciarci suggestionare, oggettivare sommovimenti soggettivi, impercettibili, in definitiva indefinibili.

A queste carte Cagli approda da una navigazione almeno decennale sui “ritmi cellulari” e “modulari”, gesti che lo portano ad asciugare le figure e a lavorare sul segno, sul punto, sullo spazio e le sue ri-generazioni. Dal disegno al segno. La mostra mostra: quale viaggio ha intrapreso l’artista per portarsi da una riva all’altra, dal disegno al segno? “Orfeo incanta le belve” al centro della sala, Orfeo ucciso insieme alla sua lira e da essa diviso per sempre: Orfeo da una riva all’altra, Orfeo morto approda all’isola di Lesbo, ma la testa va da una parte, la musica dall’altra. Orfeo così magistralmente di-segnato incontra, nello spazio accanto, la linea di Diogene, la linea per Diogene, per di-segnare il segno, il segnale della lampada accesa, la lampada con cui “il cinico” cerca l’uomo: “lo spettatore all’interno del quadro”, come scrive direttamente in italiano Marshall McLuhan ne “Il paesaggio interiore” (Sugar&co) per parlare degli effetti del cubismo. Cagli mostra lo spettacolo del paesaggio interiore di Diogene, la linea della sua ricerca, la mente del suo braccio: la lanterna è vuota, il fuoco nello sguardo ricevuto. È una scultura del segno, un segno di “volumismo”, il cubismo fuori dalla tela, il sistema nervoso esternalizzato, una memoria visibile.

I Diogene di Cagli, pittura e scultura (1968)

Le mutazioni cui si fa cenno nel titolo dell’esposizione imbastita dalla Fondazione Terzo Pilastro sembrano non poter appartenere ad un solo uomo, ma a più uomini in uno, a più esperienze simultanee: Cagli ha esplorato una molteplicità di sé, svariate protesi del proprio estro. Uscendo da Palazzo Cipolla, Ulisse è investito immersivamente da questa realtà, dai segni da cui deve ricostruire disegni; non si riesce a non esserne storditi. «Soltanto conquistando e occupando questi vasti territori di stordimento – continua McLuhan – può l’artista adempiere alla sua funzione culturalmente eroica di purificare il dialetto della tribù [“culture popolari”, diceva Cagli], sostenere la fatica erculea di pulire le augiane stalle della parola, del pensiero e del sentimento». S’è fatta notte e ritorna davanti agli occhi “Il pescatore e la luna”, un’opera frutto dell’immaginario cagliesco che ha dell’insondabile per via di un gioco di vibrazioni, variazioni grafiche, sovrapposizioni di onde sonore, riflessioni («Colui che parla con immagini primordiali è come se parlasse con mille voci», Jung). Ulisse è su Instagram, insieme a una poesia di Landolfi da “Viola di morte”, il link si spalanca su questi versi:

Meglio sarebbe chiedere all’onda se ama la sponda.

Non l’ama. Ma una sorte pertinace

la forza a travagliarla senza pace.

Potranno mai la riva e il mare

trarre dal loro coniugio altro che sogno?

Il pescatore e la luna, C. Cagli, 1950

A pochi passi da Palazzo Cipolla, camminando verso la “macchina da scrivere”, sulla destra si apre una piccola piazza, la piazzetta di Tor de’ Specchi. In fondo, con una luce all’interno, è un garage, un deposito, un Tiger di oggetti non in vendita; della Galleria che fu dal 1935 al ’38 resta solo il verde dell’insegna. Cagli inaugurò quei locali nell’aprile del 1935, fu il primo artista ad esporre e poi un consulente autorevole della contessa Mimì Pecci Blunt (era nipote di Leone XIII, il cui simbolo araldico era una cometa, che adottò per la galleria) e di Libero de Libero, poeta direttore de “La Cometa”: «Non era facile trovare in quel momento un artista romano che fosse pronto e che si assumesse il peso di un’inaugurazione così significativa. Alla “Seconda Quadriennale” avevamo ammirato insieme i disegni di Corrado Cagli, che non era nemmeno tra i nostri amici, insieme decidemmo sul suo nome e la scelta fu felice; la serie dei suoi disegni era davvero stupenda». La serie di segni prosegue su una strada dissestata, i lampioni danno luce a intermittenza.

Roma visitata da una mostra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *