Attenzione all’attenzione

Diogene (particolare), “Scuola di Atene”, Raffaello (1509-11)

Nel film di Sorrentino “La grande bellezza” il giornalista Jep Gambardella incontra un’artista concettuale che “sente il mondo con le vibrazioni” e si è appena esibita con rincorse, urla e capate al muro in un parco. “Che cos’è una vibrazione?”, le chiede Jep nel camerino: la questione manda in crisi la performer. “Non lo so cos’è una vibrazione”, ammette tra lacrime e improperi. La nostra convivenza col digitale è simile a quelle criptiche capate al muro con annesse urla. Mentre leggiamo questo articolo, una notifica dallo smartphone distrae la nostra attenzione: apriamo la mail, leggiamo tre righe di un articolo su un sito d’informazione. Stiamo approfondendo l’argomento di questo pezzo con un video di Youtube, ma al termine ci lasciamo guidare dai suggerimenti del sito e finiamo a guardare l’ultimo rigore di Grosso nella finale mondiale di 13 anni fa. Da performer dell’attenzione, artisti della ricerca, funamboli del ragionamento, la domanda che ci viene posta è: che cos’è l’attenzione? La distrazione, oggi, sembra avere un unico volto: lo smartphone, il digitale, il sempre connesso. Invece è un volto millenario, non facilmente definibile, the dark side dell’attenzione. Come la luce e l’ombra, l’attenzione esiste perché riusciamo a frenare la disattenzione, e viceversa. Quanto realmente siamo distratti da queste incessanti richieste di attenzione? Cosa paghiamo in termini cognitivi per quella che alcuni studiosi chiamano “attenzione parziale continua”? Davvero è un problema solo contemporaneo? No: l’uomo è da sempre attratto dalla distrazione, dalla seduzione del sollazzo.

James Williams è un ex strategist di Google, oggi addottorato ad Oxford in filosofia e autore del libro “Scansatevi dalla luce. Libertà e resistenza nel digitale” (Effequ, 2019). Il titolo rievoca (fornendone peraltro una traduzione dal greco più “efficace”) la risposta del filosofo greco Diogene di Sinope, il “Socrate pazzo” vissuto tra il V e IV secolo a. C., ad Alessandro Magno giunto a fargli visita per l’ammirazione che nutriva nei suoi confronti: “Cosa possiamo fare per te?”, gli domandò il re, accorso con alcuni soldati mentre il filosofo giaceva a terra. Vedendo l’ombra che quel drappello di uomini proiettavano su di lui, Diogene non poté che rispondere, al solito dissacrante: “Scansatevi dalla luce!”. Luce che oggi promana non solo dai nostri dispositivi elettronici, ma che percorre l’intero libro come metafora dell’attenzione. In qualche modo Diogene “il Cinico” stava dicendo ad Alessandro Magno di rinunciare a qualsiasi desiderio per non rinunciare alla sua libertà di pensiero, alla luce. (Leggenda vuole che il filosofo sia morto lo stesso giorno in cui spirò il re macedone.)
Se la luce di Williams è la nostra attenzione, allora il suo è un libro sull’economia dell’attenzione. Se il saggio di Williams parla di luce, allora è anche un libro sull’economia della luce. E, proprio come con il consumo della luce abbiamo imparato – si spera – ad essere più parchi – “attenti”, appunto – allo stesso modo dovremmo rapportarci con la nostra capacità di porre attenzione. Dovremmo preoccuparcene dal momento che è in atto una sorta di colonizzazione della nostra mente, costantemente bombardati nella rete da immagini, proposte d’acquisto, suggerimenti di lettura, o, per dirla in due parole: richieste di attenzione.

Per usare una definizione di Tristan Harris, quella attuale è una “corsa al tronco encefalico”, quella parte del nostro cervello responsabile di attività fondamentali come la respirazione, la regolazione della temperatura corporea e la circolazione sanguigna. Chi è che ha oggi questo potere di “guidare” la nostra attenzione? I grandi colossi del web, quelli che Williams, riprendendo una dichiarazione di Churchill, chiama “imperi della mente”. Nel 1943 il primo ministro britannico si recò ad Harvard per ricevere un dottorato ad honorem e tenne una conferenza dal titolo “Il dono di una lingua comune”, in cui auspicò la diffusione del “Basic English”. Secondo Williams «Fu questo il contesto – la prospettiva di dare al mondo un sistema operativo linguistico comune – in cui disse “gli imperi del futuro sono gli imperi della mente”. Il corollario della massima di Churchill è che le libertà del futuro sono le libertà della mente». Scrive Williams:

«Pensate all’attenzione che mettete nel leggere questo libro (un’attenzione per la quale, a proposito, sono grato), un’attenzione che include, tra le altre cose, i movimenti rapidi delle pupille, i flussi informativi delle vostre funzioni esecutive, la vostra razione giornaliera di forza di volontà e gli scopi che sperate la lettura di questo libro possa aiutarvi a raggiungere. Ecco, questi e altri processi che utilizzate per vivere la vostra vita sono letteralmente l’oggetto della concorrenza di molte delle tecnologie che usate ogni giorno. E vengono spesi letteralmente miliardi di dollari per capire come farvi guardare una cosa piuttosto che un’altra, comprarne una al posto di un’altra, interessarvi a una piuttosto che a un’altra».

Non è una sconvolgente novità, quantomeno dall’avvento dei mass media. Piuttosto dobbiamo chiederci: che cos’è l’attenzione? «In realtà nessuno sa veramente cosa sia l’attenzione», ma possiamo adottare la definizione di Georg Franck secondo cui «l’attenzione è il medium al cui interno tutto ciò che deve diventare reale, per noi creature di esperienza, deve essere rappresentato». Un foglio su cui disegniamo una mappa dei nostri ragionamenti e apprendimenti. Williams riprende la metafora della luce per distinguere tre tipi di attenzione: la luce del riflettore, il “fare”, che funge da direzione perché “ci rende capaci di fare ciò che vogliamo fare”; la luce delle stelle, l’“essere”, che rappresenta un orientamento in quanto “ci fa essere chi vogliamo essere”; la luce del giorno, la quale ci permette di “volere ciò che vogliamo volere”, ovvero il “sapere”. E la distrazione? Con una efficace analogia il filosofo Matthew Crawford sostiene che “la distraibilità può essere considerata l’equivalente mentale dell’obesità”. Entrando nello specifico, «Una distrazione funzionale è ciò che comunemente si intende con la parola ‘distrazione’ nell’uso quotidiano. Si tratta di una sorta di distrazione che Huxley chiamava “il semplice e casuale prodotto di scarto dell’attività psico-fisiologica”».

“Alessandro e Diogene”, Gaetano Gandolfi, 1792

Ma c’è un’ulteriore distrazione

, più “profonda” di quella funzionale, la “epistemica”, che «può rendere più complesso “integrare tra loro associazioni mentali provenienti da diverse esperienze al fine di identificare strutture comuni”. Queste proprietà comuni “formano astrazioni, principi generali, concetti e simbolismi che costituiscono il medium del pensiero sofisticato, di ampio respiro, necessario per gli obbiettivi di lungo periodo”». Per capire meglio la distrazione potremmo considerare il suo significato in ambito medico: la distrazione di tipo muscolare, uno stiramento accompagnato da dolore e irritazione della parte. Parafrasando McLuhan (studioso che Williams cita), la distrazione provoca una sorte di irritazione della parte cognitiva interessata, probabilmente attivando un’altra sezione della mente meno “surriscadata”: la sede di un “pensiero debole”, di un “ragionamento superficiale”? Non possiamo ancora dirlo, non ne abbiamo le prove.

 

Bene, ok: ma che si fa? Come se ne esce? Autodefinendosi non “antitecnologico” né luddista, Williams si pone delle domande dirimenti, ovvero «se esista un punto di non ritorno per l’attenzione umana», «un punto in cui le nostra capacità essenziali per orientarci nella vita arrivino a danneggiarsi al punto tale che non saremmo più in grado di riprendercele e ritornare a una condizione di competenza generale». Questa soglia delle «capacità minime necessarie da proteggere» (ma quali, e come si individuano?) somiglia, secondo Williams, al beneficium competentiae del diritto romano, ovvero quella parte di proprietà privata che mai poteva essere confiscata ad un uomo che pure fosse debitore verso le istituzioni dell’impero: condizione, questa, che permette a qualsiasi persona di non cadere mai completamente in disgrazia, e soprattutto, di non ritrovarsi nelle condizioni di non poter continuare a vivere dignitosamente. Senza tale beneficio della competenza, “mente vitale minima”, secondo Williams ci ritroveremmo presto in uno status di bisogno attenzionale.
A parte un retorico giuramento di Ippocrate per ethic designers, Williams lancia quattro proposte: a. ripensare la natura e gli obiettivi della pubblicità; b. una ristrutturazione concettuale e linguistica; c. cambiare i fattori a monte che determinano il design; d. migliorare i meccanismi di responsabilità, trasparenza e misurazione. Quanto al primo punto, il più interessante, Williams propone di «spostare la pubblicità lontano dall’attenzione verso l’intenzione, (…) e cioè favorire il perseguimento di quei compiti e di quegli obbiettivi che ci siamo dati da soli». Il secondo punto solleva, invece, questioni di neuroetica e formula nuovi campi cui dobbiamo prestare – ironia della sorte – attenzione: la “privacy del cervello”, o anche “libertà cognitiva”.

«Qualcuno potrebbe dire “è troppo tardi” per fare qualsiasi cosa. Di fronte a questo posso solo scuotere la testa e ridere. Le tecnologie digitali sono appena cominciate. Considerate che ci sono voluti 1,4 milioni di anni per mettere un manico alla pietra dell’ascia. Il web, invece, ha poco più di 10mila giorni.»

Qualcun altro potrebbe invece dire: “è troppo presto” per fare qualsiasi cosa. Potremmo cominciare, intanto, a fare attenzione alla nostra attenzione, a quando accendiamo la luce e a quando, come in quelle scale a spegnimento programmato, restiamo a salire i gradini al buio della notte.

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