La costruzione del presepio digitale

Greg Weatherby, ‘Dreamtime Birth’, 1990s (natività aborigena australiana)

Bruno spolverava il bambino rimasto a spiare l’anno in una scatola chiusa. Lo baciava e lo riponeva nella sua dimora provvisoria: non era ancora il tempo, non era venuto il giorno. A inizio novembre sentivamo i colpi sulla legna nel suo giardino fiorito a mandarini e limoni: era il rintocco, il rito della costruzione. Lavorava poi al chiuso della cantina o nel garage che non avrebbe ospitato più la sua automobile almeno fino a metà gennaio. Ogni giorno si accendeva un fuoco, la fiamma dell’artigianato. Prima venivano i monti, l’orografia che scrive le vette, l’inaccessibile; poi scendevano i fiumi, sciolte le prime nevi, andavano a formarsi stagni alimentati da motorini elettrici. Il paesaggio cominciava a delinearsi, quindi a popolarsi: erano gli animali i primi a brucare l’erba, a sentire l’umido del muschio sotto le narici fumanti. Il pietrisco segnava la strada, che poi sarebbe diventata sentiero, dapprima si ergeva la terra e poi il cielo sempre così inafferrabile, irriproducibile: Bruno poteva ritagliare alla natura quello che si calpesta, ma quello che ci attraversa le teste lo restituiva con le mani, creando forme dal buio.

E giù terrazzamenti, il paesaggio che si riduceva a colline, a pianure: si alzava dalla polvere il rigore della prospettiva. Il lavoro che compieva, così umano, si traduceva in quello automatizzato dei personaggi che costruivano le loro casette, le loro botteghe, le loro greppie. I pastori guidavano già il canto, proseguivano la concezione. Bruno si accorgeva di essere al principio di dicembre quando le statue di gesso più grandi abitavano ormai la scena in primo piano. Di sera, dopo cena, scendeva ancora nel suo bugigattolo a controllare che tutto fosse fisso e in movimento: il presepio s’animava da sé, ciascuno prendeva il suo posto e ogni anno non era mai uguale perché gli abitanti si prendevano una diversa sempre nuova scena, si scocciavano a fare le belle statuine. Quello che dodici mesi prima era falegname, aveva insegnato l’arte al suo vicino che commerciava frutta e verdure: insegna di sapere, sapere di insegnare una venuta, un cambiamento.

Il 7 dicembre, dopo peripezie già altrove narrate, giungevano i protagonisti, adagiati nel loro ruolo – quello no, non mutante: alle 19.30 Bruno aveva confezionato, definito l’opera. Era già in ginocchio per posizionare uomo e madonna sul piano più basso, non si rialzava subito: rimaneva a pregare sui loro corpi un testo sacro di sughero che a ripeterlo si levigava senza consumarsi. In ebraico la parola “fede” significa “appoggiato sulla roccia”: non è un cristiano il fedele, ma una sua gamba, il suo bastone. Dio si faceva gesso e il gesso si faceva carne e il verbo era presso una capanna come altre, una casa che non destava segni di discernimento. Se non nelle luci, nel fulgore appena acceso.

Il presepio di Bruno nel 1999

Cominciava così l’avvento e ogni giorno celebrava l’opera qualche decina di passanti che, pur in quella stradina non lontana dal centro eppure abbastanza nascosta al traffico, veniva a guardare. Noi, vicini di casa di Bruno, eravamo un poco dei privilegiati. Era come abitare affianco a betlemme, sentivamo di notte ululare i cani lupo e scampanellare i bufali sopra i monti. Qualcheduno mandava un grido, all’alba i lavori riprendevano e Bruno era l’architetto celeste. Alle due del pomeriggio in punto, mentre in cucina scolavamo il brodo dal piatto, si sporgeva il fischio della ciaramella, quel suono che sembrava emanare direttamente da una gola. La zampogna era una guancia, una guancia gonfia di aria. Le ciocie attiravano gli stessi presepianti, ma soprattutto noi più piccoli, i visitatori, che le guardavamo come dei sandali indossati d’inverno con le calze bianche pesanti.

Il vecchio che suonava la ciaramella era minuto come il suo strumento, mentre il compagno che soffiava nella zampogna era egli stesso una guancia, una guancia dalle dimensioni macroscopiche, gonfio di leccornie festose. Spesso i nostri genitori ci chiedevano di metterci in posa davanti a quel presepio, immortalati come presso un monumento, e a noi pareva davvero di aver fatto una gita di quelle di un giorno coi compagni di classe, chiusi negli sciarponi per evitare malanni e felici di assistere all’accensione delle lucine. Bruno contraddiceva il suo stesso nome, lo rinnegava l’oscuro dentro il suo nome, ficcando la luce in ogni angolo. Quando si è bambini, si crede che tutto si accenda, che tutto si possa rianimare: lo spegnimento è un atto lontano nello spazio e nel tempo. È ancora la festa del sole, è ancora la celebrazione della vittoria della luce.

Al contrario del presepio, Bruno invecchiava, Bruno imbruniva. Non lo diceva a nessuno, ma come i vecchi tendono a perdere le capacità uditive, così noi sentivamo sempre più rari i colpi a novembre sulla legna. Da quella afonia capivamo il tempo passare, gli anni trascorrere dai cerchi dei tronchi alle orbite dell’architetto.  Il presepio si riduceva per dimensioni, per giorni di lavorazione, alcuni dettagli erano soppressi. Naturalmente, di una storia, non puoi eliminare i protagonisti, le fasi di propperiana memoria. Finora, fino a quest’anno, in cui la prospettiva è saltata, persino la fedeltà della riproduzione. Bruno ha introiettato le ultime sfide dell’ingegneria per sfidare le mode artistiche dell’essenziale: l’opera s’è fatta simbolo. Come passare da Caravaggio a Mondrian in trentanni. Il passaggio è uno shock: la luce che entrava dalle finestre dei giocatori di carte di Merisi è diventata colore puro, geometria, taglio. La Madonna è una riga che dalla fronte sotto il velo si unisce al contorno duro e vegliardo di Giuseppe, incontrando la vita divina che diviene. Questa linea è interamente illuminata, ora è realmente una insegna, è un tubo di led incarnato nella storia; la luce è la figlia di dio, è la sorella di Cristo che non è morta mai, il fotone non crocifisso.

Il presepio ‘digitale’, opera di Bruno

Un cambio di paradigma: la costruzione ha mutato forma, e anche sostanza. Il nuovo presepio è un file compresso, un’opera digitale: il mondo invecchia, riempie i magazzini di roba antiquata, accantona i suoi ricordi, i souvenirs, e per fare spazio sulla memoria fisica occorre ridurre, stipare. Il sacrificio cristiano diventa dettaglicidio, amputazione della visione, anche del suono – i musicanti, per esempio, non vengono più a benedire questa vallata. Quello che non si può vedere è ciò che non è immagine, ovvero dettaglio: etimologicamente “vedere” è “distinguere”, “sapere”. Se non vediamo, se non vediamo ogni cosa, perdiamo un sapere. Guardare è invece custodire: se sappiamo guardare, vigiliamo su quel sapere. Tradizione è una visione, sguardo artigiano, manufatto visivo. Bruno ama permanere sulla veranda della sua casa che ospita il presepio, anche d’inverno, durante il Natale, col freddo che in paese arriva mite eppure pungente: vigila sulla sua opera ospitando la luce, uscendo dalla grotta, inventando un nome altro, alter-nativo.

6 risposte a “La costruzione del presepio digitale”

  1. Sottile affabulatore, giochi con le parole e la loro etimologia come pochi sanno fare. Ricordi d’infanzia e una malinconia leggera, nostalgica, questo mi trasmette il tuo articolo. Grazie, Simone!

    1. Grazie, Roberto. Qua sta cambiando ogni cosa, anche la visione della fotografia. Le nostre fotografie spesso una visione non ce l’hanno, perciò c’è bisogno di artisti, quali sono i fotografi.

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