“La sorte dei libri oggi è come quella degl’insetti efimeri”

dal film “Il giovane favoloso” di M. Martone

Qualche settimana fa da Bruno Ventavoli, direttore dell’inserto “TuttoLibri” de “La Stampa”, ha scritto un editoriale dal titolo eloquente: “Cari editori, stampate meno libri”. Ma Giacomo Leopardi oggi risponde categorico: «A Milano si stampa quel che si vuole». In verità Giacomo Leopardi scrive questo lapidario assunto in una lettera del 20 dicembre 1816 indirizzata a Francesco Cancellieri da Recanati. Lo storico della lingua Lorenzo Tomasin in “L’impronta digitale” (Carocci, 2018) ci mette in guardia dal fatto che spesso parlando di letteratura si «estremizzano, oltre il lecito o il ragionevole, fenomeni che in sé esistono, anche se non si manifestano al di là di un’intensità normale e quasi fisiologica: non, dunque, patologica». 

Ma la provocazione di Ventavoli è stata raccolta da molti: ricordo, ad esempio, la puntata di Fahreneit di Radio Tre in cui erano ospiti Simone Caltabellota di “edizioni di Atlantide” e Elisabetta Sgarbi de “La Nave di Teseo”, tipo il diavolo e l’acqua santa, o più precisamente: un giovane che pubblica con oculatezza pochi libri all’anno in vesti quasi di pregio e una signora dell’editoria italiana che in pochi anni dalla fondazione del nuovo marchio e la scissione da Bompiani ha già un catalogo da fare invidia ai bibliofili. Una delle ultime uscite navesche si intitola “Quasi nulla”: titolo profetico? Può darsi; certamente contenuto imbarazzante. Un libro “evitabile”?

Leopardi, bontà sua, si definiva un “librorum helluo”, un divoratore di libri, usando una metafora alimentare. Per questo, a dispetto di quanto si possa pensare, era molto attento alla fase di pubblicazione dei suoi scritti, scrupoloso osservatore della incipiente “industria culturale”. «Ma da altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione; ancorché sieno celebrati per qualche tempo, non possono mancar di perire in breve: come si vede continuamente nell’effetto. Ben è vero che l’uso che oggi si fa dello scrivere è tanto, che eziandio molti scritti degnissimi di memoria, e venuti pure in grido, trasportati indi a poco, e avanti che abbiano potuto (per dir così) radicare la propria celebrità, dall’immenso fiume dei libri nuovi che vengono tutto giorno in luce, periscono senz’altra cagione, dando luogo ad altri, degni o indegni, che occupano la fama per breve spazio. Così, ad un tempo medesimo, una sola gloria è dato a noi di seguire, delle tante che furono proposte agli antichi; e quella stessa con molta più difficoltà si consegue oggi, che anticamente». Strabiliante modernità di Leopardi in questa novella dal titolo ancora una volta emblematico: “Il Parini ovvero della gloria”, leggibile nelle “Operette morali”. Nello stesso troviamo anche un passo dedicato ai lettori, specie «i giovani non accostumati alla lettura», i quali «cercano in quella un diletto più che umano, infinito, e di qualità impossibili; e tale non ve ne trovando, disprezzano gli scrittori: il che anco in altre età, per simili cause, avviene alcune volte agl’illetterati. Quei giovani poi, che sono dediti alle lettere, antepongono facilmente, come nello scrivere, così nel giudicare gli scritti altrui, l’eccessivo al moderato, il superbo o il vezzoso dei modi e degli ornamenti al semplice e al naturale, e le bellezze fallaci alle vere; parte per la poca esperienza, parte per l’impeto dell’età.».

Ma non è finita. Se il pessimismo cosmico è oggi financo messo in discussione, il pessimismo cosmico editorial-letterario è almeno da riscoprire. Come leggiamo dalle “Lettere”: «La letteratura è annientata in Europa: i librai, chi fallito, chi per fallire, chi ridotto ad un solo torchio, chi costretto ad abbandonare le imprese meglio avviate. In Italia sarebbe ridicolo ora il presumere di vender nulla con onore in materie letterarie, e di proporre ai librai delle imprese nuove: da Francia, Germania, Olanda dove io aveva mandata una gran quantità di mss. filologici con fondatissime speranze di profitto, non ricevo, invece di danari, che articoli di Giornali, biografie e traduzioni». Quasi consola e fa tenerezza Giacomo che non cava un ragno dal buco dalla sua intelligenza, che fa in un certo senso “volontariato culturale”. Leopardi si cala nelle vesti di sociologo della letteratura e arriva a conclusioni ben più nette di quella che da alcuni studiosi è definita oggi “mediocrazia”, cioè regime della mediocrità. Dallo “Zibaldone”: «È osservazione antica che quanto decrescono nelle repubbliche e negli stati le virtú vere, tanto crescono le vantate, e le adulazioni; e similmente, che a misura che decadono le lettere e i buoni studi, si aumentano di magnificenza i titoli di lode che si danno agli scienziati e a’ letterati, o a quelli che in sí fatti tempi sono tenuti per tali. Il somigliante par che avvenga circa il modo della pubblicazione dei libri. Quanto lo stile peggiora, e divien piú vile, piú incolto, piú εὐτελὴς, di meno spesa; tanto cresce l’eleganza, la nitidezza, lo splendore, la magnificenza, il costo e vero pregio e valore delle edizioni. Guardate le stampe francesi d’oggidí, anche quelle delle semplici brochures e fogli volanti ed efimeri. (…) Disgraziatamente l’arte e lo studio son cose oramai ignote e sbandite dalla professione di scriver libri. Lo stile non è piú oggetto di pensiero alcuno. Paragonate ora e le stampe dei secoli passati, e gli stili di quei libri cosí modestamente, cosí umilmente, e spesso (vilmente, abbiettamente) poveramente impressi; colle stampe e gli stili moderni. Il risultato di questa comparazione sarà che gli stili antichi e le stampe moderne paion fatte per la posterità e per l’eternità; gli stili moderni e le stampe antiche, per il momento, e quasi per il bisogno. (…) Noi però abbiamo buonissima ragione di non porre più che tanto studio intorno allo stile dei libri, atteso la brevità della vita che essi in ogni modo (non ostante la bontà della stampa) sono per avere. Se mai fu chimerica la speranza dell’immortalità, essa lo è oggi per gli scrittori».

Canone del «sollazzo»: è la definizione di Leopardi riguardo la letteratura che segue il mercato, la moda. Anche questo stralcio dello “Zibaldone” ricalca l’intervento di Ventavoli, quasi prefigura quella grigia fotografia della sua scrivania sommersa da libri che non avrà mai il tempo nemmeno di sfogliare: «Troppa è la copia dei libri o buoni o cattivi o mediocri che escono ogni giorno, e che per necessità fanno dimenticare quelli del giorno innanzi; sian pure eccellenti. Tutti i posti dell’immortalità in questo genere, sono già occupati. Gli antichi classici, voglio dire, conserveranno quella che hanno acquistata, o almeno è credibile che non morranno così tosto. Ma acquistarla ora, accrescere il numero degl’immortali; oh questo io non credo che sia più possibile. La sorte dei libri oggi, è come quella degl’insetti chiamati efimeri (éphémères): alcune specie vivono poche ore, alcune una notte, altre 3 o 4 giorni; ma sempre si tratta di giorni. Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra: veramente caduchi: esseri di un giorno: la mattina in fiore, la sera appassiti, o secchi: soggetti anche a sopravvivere alla propria fama, e più longevi che la memoria di noi».

Ci si potrebbe chiedere: ebbene? Ventavoli ha ragione, ma il suo monito è tardivo, oggi risuona provocatorio, intanto dal giorno del suo intervento sono già trascorsi almeno altri 2167 libri appena usciti dalle tipografie. La rubrica de “La Stampa” potrebbe cambiare nome in “TuttiLibri”, o “TroppiLibri”. Molti studiosi oggi, allo stesso modo dei libri, si chiedono: siamo troppi su questo pianeta? Ci stiamo e lottiamo, e pure i libri come noi sgomitano nelle metro, mandano i curriculum ai giornali, forse persino sviluppano una sociopatia. Possiamo concludere solo e daccapo con Leopardi, citando il “Dialogo di Tristano e di un amico” nelle “Operette morali”:«Ma per tornare al proposito del libro e de’ posteri, i libri specialmente, che ora per lo più si scrivono in minor tempo che non ne bisogna a leggerli, vedete bene che, siccome costano quel che vagliono, così durano a proporzione di quel che costano. (…)Mi diceva, pochi giorni sono, un mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che anche la mediocrità è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessità o fortuna o elezione gli ha destinati. In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch’è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell’immensa moltitudine de’ concorrenti, non è più possibile di aprirsi una via. E così, mentre tutti gl’infimi si credono illustri, l’oscurità e la nullità dell’esito diviene il fato comune e degl’infimi e de’ sommi. Ma viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo!».

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