La poesia della scienza cerca il senso della bellezza

«Puoi forse attraversare come il neutrino | tutta la terra come se niente fosse? | Puoi viaggiare per l’orlo della galassia | e ritornare più giovane di prima? | Puoi, per esempio, sfiorarmi con la mano | senza causare una catastrofe cosmica?». Spesso sono i poeti ad anticipare alcune scoperte o consentire il loro l’ingresso nell’immaginario collettivo, nel linguaggio comune: le metafore sono intuizioni, d’altronde «come gli artisti, i fisici hanno bisogno dell’immaginazione per avvicinarsi alla verità: ogni esperimento è preceduto da un’intuizione, da una domanda». Lo dice nel suo docufilm “Il senso della bellezza” (2017, Ubu) il regista Valerio Jalongo, che ha girato un film sul lavoro scientifico-artistico dei fisici del Cern di Ginevra. I versi di apertura, invece, sono di un poeta oggi dimenticato,  Juan Rodolfo Wilcock, che così scriveva nel libro “Italienisches Liederbuch – 34 poesie d’amore” che Rizzoli pubblicò nel 1974.

Recentemente si è scoperto che un raggio di luce viaggia alla velocità di 299.792.458 metri al secondo, mentre i neutrini a 299.798.454 metri al secondo: sarebbero cioè 60 nanosecondi più veloci della luce. Il neutrino, come ha ben introiettato il poeta, è perfetto per le osservazioni scientifiche proprio perché ha una “interazione debole”, cioè riesce a percorrere tutta la Terra senza avere urti: la particella sub-atomica chiude gli occhi e percorre distanze. «Viaggiare è molto utile, fa lavorare l’immaginazione, il resto è solo delusione e pene. Il nostro viaggio è interamente immaginario, è la sua forza». Lo leggiamo nel capolavoro di Celine “Viaggio al termine della notte”; qualcuno ricorderà che lo riporta pure il regista scrittore Paolo Sorrentino in apertura de “La grande bellezza”. Così qualche sera fa su Iris andava in onda “La grande bellezza”; in un cinema di provincia, la stessa sera, per una rassegna d’essay del lunedì, “Il senso della bellezza”. Una coincidenza che in fondo casuale non era affatto.

La pellicola di Sorrentino, com’è noto, si muove dentro le viscere di quel laboratorio della umanità che è la Roma dei salotti bene, degli artistoidi, degli scrittorini. Viene in mente la surreale intervista di Gambardella all’artista che si schiantava sulle mura del Parco degli Acquedotti per sentire “le vibrazioni” e alla quale lui sarcasticamente chiede: “Che cos’è una vibrazione?”, mandandola in crisi di pianto isterica. È un episodio irriverente, ma di fronte a “Il senso della bellezza” e a domande simili rivolte a scienziati che rispondono “Stiamo cambiando la fisica, ma non sappiamo esattamente in quale verso”, qualche crisi isterica potrebbe sopraggiungere anche in noi. Il documentario di Valerio Jalongo ha ritmi a tratti simili alla camera di Paolo Sorrentino: indugia sui dettagli, i piano sequenza sono lenti, le musiche accuratamente scelte, in contrasto con una macchina che si chiama “acceleratore”. Jalongo gira un film seducente, come se dovesse descrivere non un laboratorio scientifico, ma un atelier d’artista: vi gira intorno, ne ripercorre la vita, mostra le opere d’arte divenute patrimonio dell’umanità. Gli scontri tra particelle diventano tempere che scivolano sul nero, il mondo subatomico assume le perfezioni d’una statua del Bernini, finendo così per indagare le radici più intime del nostro pensiero, che sono comuni ad arte e scienza. Se “Il senso della bellezza” è un derby tra performer e ricercatori, il Cern è un laboratorio nel laboratorio, ovvero prototipo della convivenza pacifica e proficua tra uomini provenienti da ogni angolo del pianeta che sono innanzitutto menti.

Di fronte ad artisti come Pollock ci si può sentire inadeguati: con questo film si può capire come si può non capire, e al contempo che la scienza è necessario conoscerla e proprio lei può spiegare un prodotto artistico. Fortuna che uno dei ricercatori intervistati nel film non descrive fino in fondo l’avvicendarsi infuocato dei colori di un tramonto: cosa ce ne faremmo poi del rosso scaturito dai fotoni blu che hanno perso energia? Come lo scriveremmo, soprattutto, in un hashtag di Instagram dopo #sunsetporn? Uno scienziato che discute di arte è sempre una grande felicità perché vale quanto un armistizio, contribuisce a vedere la scienza come un’arte e l’arte come una scienza: “Noi conduciamo esperimenti così come i poeti scrivono una poesia o gli artisti in generale realizzano un’opera”. C’è bisogno di una grandissima intuizione nella fisica moderna, specie in quella quantistica, “l’unica che oggi può spiegarci davvero la realtà come la vediamo”. Ma vedere, appunto: vedere cosa? Fabiola Gianotti racconta simpaticamente di sua madre chiederle: “Che cosa vedete? E se non lo vedete, come fate a essere sicuri di quello che descrivete?”. Sono domande più che legittime, e qui la scienza è esattamente come la poesia: pone domande. L’acceleratore di particelle LHC (Large Hadron Collider) del CERN di Ginevra è la macchina più grande mai realizzata dall’uomo che servirà a porre sempre nuove domande, prima ancora che fornire risposte nel rievocare il Big Bang: è una macchina paradossalmente inutile, non teleologica, nel senso che non ha un fine preciso, ma il suo unico scopo è cercare nuovi obiettivi. Questi scienziati artisti seguono orme, scie, impronte di qualche cosa che c’è stato ma che ora non si vede più e bisogna ricostruirlo da pochissimi indizi impressi: si va in cerca di tracce. In fondo “Quando la soluzione è semplice, è Dio che sta rispondendo”: Einstein dixit.

una scena del docufilm ‘Il senso della bellezza’

Sì, ma che cos’è la bellezza? Perché qualche cosa ci sembra bello se uno scienziato poi ci racconta che “il Monte Bianco che così ammiriamo è una serie di 0 e di 1 impressi su una memoria fisica”? Alla prima domanda nel documentario rispondono artisti e scienziati, e forse la più plausibile risposta anti-scientifica la fornisce un ricercatore: essendo la bellezza un costrutto della nostra mente, “la bellezza è un pensiero bello”. Anche questa definizione a qualcuno parrà bella. Magari perché si avvicina a quelle frasi lapalissiane dei bambini che rimettono in discussione qualche concetto che avevamo semplicemente complicato. La questione moderna riguarda il caos all’interno del quale si muove oggi la scienza, un disordine che deve spiegare la bellezza, ma che soprattutto la genera.

“L’idea della rottura della simmetria è un’idea che anche gli artisti capiscono”, dice John Ellis, scienziato al Cern dal 1978. E fa l’esempio della Monna Lisa: se il suo viso fosse perfettamente simmetrico, chi mai la guarderebbe con interesse, chi la vedrebbe affascinante? Il regista annota che “i tessitori di tappeti inserivano volutamente un piccolo difetto nelle loro trame simmetriche: temevano che dentro una simmetria troppo perfetta le loro anime sarebbero rimaste imprigionate per l’eternità”. “Il senso della bellezza” è un documentario sorprendente, capace di trasformare una brutta periferia industriale svizzera in un centro per l’arte contemporanea, dove il buio dei tunnel è un fondale d’una commedia teatrale, i fili innumerevoli che portano a nonluoghi i filamenti invisibili che muovono i danzatori del balletto classico, le luci led a intermittenza installazioni della postavanguardia ai piedi di una istituzione museale. Il documentario di Jalongo postula che il senso della scienza è la bellezza.

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