La tragedia familiare di Latina e quella digitale

Sono andato a guardare il profilo “aperto” di Luigi Capasso – lo ammetto – il carabiniere che due giorni fa ha sparato con la pistola d’ordinanza alla moglie e con la stessa ha ucciso le due figlie di 7 e 13 anni, per poi togliersi la vita nella camera da letto. Sì, non ho resistito alla curiosità perché sapevo di trovarci il grande circo della umanità saltare nel cerchio infuocato della tragedia. Di cosa soffrono quelli che lasciano messaggi sulle bacheche elettroniche dei morti? Che malattia mentale manifestano quanti scrivono sul profilo Facebook di un uomo che ha appena concluso una strage familiare con il suicidio? Avevo letto su Repubblica e ascoltato in tv che molti utenti stavano scrivendo “in diretta” sulla bacheca dell’uomo durante le trattative che le forze dell’ordine avevano intavolato per dissuaderlo dai suoi intenti omicidi. Scrivevano per far vedere che stavano dalla parte dei “giusti”? O perché davvero speravano che su quel balcone di Cisterna di Latina il Capasso aprisse il cellulare per controllare le notifiche di Facebook?

Guardando il profilo di Capasso, oggi restano solo commenti che non si possono riportare per la gravità e il turpiloquio delle offese. Siamo sicuri sia diversa la violenza verbale usata da quella fisica perpetrata da quest’uomo annebbiato? Non sono bravo con le statistiche, ma la maggior parte dei “commentatori”, a giudicare da uno sguardo rapido a foto e profili, sta tra i 40 e i 60 anni, con rare eccezioni: il vero pericolo dell’epoca degli smartphone e dei social sono loro, che non sanno usarli, che non distinguono il fattoquotidaino dal quasi omografo giornale, e non per un difetto di vista. Uomini e donne con mogli mariti e figli che si sentono “toccati” dalla tragedia, dalle dinamiche? Cos’hanno da sputare in faccia a quest’uomo ormai morto? Forse gli stanno dicendo: “Porca puttana, anch’io vorrei menare mio marito, però mi sono trattenuta”. Oppure “Io sono un eroe del quotidiano, mica come te, stronzo”.

Questa folta espressione del genere umano, che tra qualche ora andrà regolarmente ad esercitare il proprio diritto di voto, ha commentato post di Capasso almeno fino a giugno 2017; per essere esatti fino al 5 giugno scorso, quando l’uomo aveva condiviso una foto per i 203 anni dell’arma dei carabinieri. È andata cioè a ripescare esattamente – e consapevolmente? – nella memoria elettronica dell’omicida, infilandosi nei post più “goderecci” che ognuno di noi condivide inebetito sui social: un viaggio all’estero, un rhum con sigaro in una notte d’estate. Seguono conversazioni simil-filosofiche: “La vita è bella…. E tu cosa hai fatto? Bastardo”, “All’inferno, lota!”, ma qualcuna ribatte: “Ma voi ancora credete a Dio!!?!???! Non esiste gniente, non lavete capito!!!!!”.

Alla fine Facebook vi ricorderà in una finestra: “In memoria di Luigi Capasso. Speriamo che le persone che amano Luigi troveranno conforto nel visitare il suo profilo per ricordare lui e la sua vita”. Mi viene in mente un libro di uno studioso, Manfred Spitzer, “Demenza digitale” (Corbaccio, 2014), in cui si sostiene che «l’uso intensivo dei social network riduce non solo il numero delle amicizie reali, bensì anche la competenza sociale, con una riduzione delle aree cerebrali corrispondenti. Gli effetti sono uno stress maggiore e una più incisiva perdita di autocontrollo. Si innesca così una spirale sociale discendente che ostacola una vita sociale soddisfacente». Il sottotitolo del saggio recita: “Come la tecnologia ci rende stupidi”. Ho paura che in questo caso chi ha abbondantemente mostrato d’essere stupido prima della tecnologia, non solo abbia acuito la propria demenza, ma stia contribuendo a rendere stupida la tecnologia stessa. E la tragedia è duplice. Orribile quella familiare, altrettanto mortifera quella digitale.

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