Al cinema arriva Gigione, il fenomeno che nessuno vuol studiare

Per chi confondesse: a sinistra Madonna, a destra Gigione

Il cappellino da baseball. Non lo toglie mai. Nei concerti del Vasco della sagra della salsiccia è elemento che regge la sacralità tra il musicista e gli spettatori. Il berretto con la visiera come ce l’abbiamo oggi si diffonde tra la gente comune negli Anni Sessanta: molto meglio del feltro, più sportivo, ma soprattutto il più delle volte con un simbolo sulla parte anteriore. Il cappellino comunica un brand, è al tempo stesso marchio di fabbrica e di se stessi. L’amuleto, il fazzoletto bianco di Armstrong, il crazy diamond. Il problema, semmai, è che parliamo di Luigi Ciaravola, aka Gigi One, alias Gigione. Il più discusso musicista della penisola italiana, tanto che quando si accostano altri nomi alla sua carriera, il naso si storce e la visiera s’abbassa. Eppure lui stesso dice di essersi ispirato a Otis Redding e di aver suonato il basso in una band, esperienza che gli ha permesso di conoscere il ritmo della gente, quello che il pubblico batte con la coscia. È stato definito (dalla vicepresidenza della provincia di Perugia, sic) inventore della “folk dance” all’italiana, forse persino l’unico vero musicista indie.

Quest’ultima cosa del Gigione indie me la spiega meglio Valerio Vestoso, giovane regista di un biopic sul Bruce Springsteen di Boscoreale, un docufilm finanziato dal Mibact che lo ha riconosciuto come “di interesse culturale”. «Se pensiamo alla gavetta standard di un cantante da club che dapprima si fa conoscere in maniera indipendente e poi firma con la prima major che capita, capiamo che l’indipendenza musicale di questo Paese è solo un limbo, una parentesi lowbudget in una carriera volta al commerciale. Gigione invece è rimasto fedele alla sua linea. Produce e distribuisce autonomamente. Fa quello che gli pare, quando gli pare. E nella sua indipendenza ha lo stesso peso il ritorno artistico quanto quello economico».

Il film è prodotto dalla Capetown (in uscita domani, 18 gennaio) s’intitola “Essere Gigione”. “Dove c’è Gigione non c’è problema”, è il grido suo e dei suoi fan (e di un primo documentario di 10 anni fa di Ivano De Simone). Ciaravola non spiccica una parola d’italiano. Il superomm campano forse non ha mai tenuto un concerto a Milano, ma dall’Umbria in giù lo conoscono tutti. A un concerto di Gigione nel centro-sud Italia ci siamo “capitati” tutti. «Ha fatt ‘ammore | cu chelli cosce ‘a fora | comm’e’ bella a campagnola | va in campagna a lavora’»: l’abbiamo cantata tutti, l’abbiamo ascoltata tutti almeno una volta; l’intera discografia è pure su Spotify. È il padrone incontrastato delle feste popolari, il guru della porchetta, ma anche il chierichetto che canta per pregare due volte, e aggiunge all’orecchio particolari piccanti. “Memorabile” il live a Pietrelcina per Padre Pio, note le canzoni per Papa Francesco, Santa Rita. Nessun pool di scienziati s’interroga però sulla convivenza di “campagnole” chine a mieter il grano e divinità nell’atto di ascoltare i fedeli. Gigione è un fenomeno troppo popolare per essere studiato o è troppo popolare per non essere studiato? La seconda, senza dubbio. Perché quando uno vende milioni di “cassette”, porta avanti tour da 3 decenni da 100 date all’anno, e riempie le piazze è un fenomeno da non sottovalutare.  Inutile fare come con Catalano: i fan riempiono i suoi reading, lui fa tour per l’Italia definendosi poeta, ma i poeti lo ignorano, a metà tra una malcelata stizza per uno che vende centinaia di migliaia di copie e l’amarezza di sentir considerare poesia frasi che vanno a capo e fanno ridere molto. Se chiedete a un fan di Gigione cosa lo spinga ai concerti con addosso maglietta e bandana “griffata”, vi sentirete rispondere: “A me mi piace, mi fa divertire”. Entrambi, in senso metaforico, sanno toccare le corde, quelle giuste.

«Indipendentemente dalla fascia culturale e anagrafica – spiega il regista del biopic Vestoso – il fan di Gigione e di Berlusconi ha la stessa scala di valori. Non a caso i due si somigliano in maniera clamorosa (anche fisicamente). Se ci pensi entrambi hanno fatto la loro fortuna grazie alle tv private, entrambi regalano un’idea di ottimismo costante, infarciscono i propri discorsi di famiglia, religione e sesso, entrambi hanno creato un impero dal nulla, ma soprattutto sono entrambi figli degli anni ’80, con i pro e i contro che questo comporta». In effetti anche Gigione ha arruolato i figli nella azienda di famiglia. Onestamente non conosciamo il fatturato annuo e non sappiamo di eventuali evasioni fiscali, né di campagnole portate nella tenuta di Campania, ma Jo Donatello e Menayt hanno ereditato un buon successo di pubblico. «Anche i suoi familiari lo chiamano Gigione – precisa il regista Vestoso – questo testimonia il fatto che non ha una vita privata. Sua figlia mi raccontava di quanto avesse sofferto da piccola il fatto che non esistessero vacanze estive. Chiaramente Giugno, Luglio e Agosto sono mesi caldi per le sagre e non poteva certo farsele scappare. Dalla mattina alla sera Gigione pensa al suo business, alla sua musica, ai suoi concerti. Contatta, tratta, si vanta della performance della sera precedente, ma non dedica spazio ad altri interessi. Il suo grande hobby è il narcisismo, figlio dell’egocentrismo che i suoi collaboratori continuano ad alimentare giorno dopo giorno, esaltandolo, venerandolo, non contraddicendolo mai».

Gigione non è semplicemente un fenomeno di provincia, ma è la provincia del fenomeno. È quel fenomeno italico del tutto impareggiabile che il giovane Vestoso ha voluto inquadrare per parlare non di periferia (vedasi Gomorra), ma la provincia. La provincia italiana è troppo spesso snobbata, più semplicemente ignorata, rimanendo così indefinita. La scelta di indagarla attraverso un attrattore quale Gigione è una trovata geniale e pure filologicamente plausibile. Se dovessimo pensare a un sequel, sarebbe incentrato sulla provincia italiana all’estero visto che Gigione «per molti anni ha frequentato l’America e l’Inghilterra – rivela Vestoso, soddisfacendo una certa schiera di italiani all’estero che sguazzano nella nostalgia. Ma la paura dell’aereo l’ha frenato un po’. Ora pare voglia superare questa fobia e sperimentare le piazze europee, facendo sempre leva sui connazionali all’estero che fanno di tutto per allontanarsi da questo Paese, ma alla prima nota di mandolino cedono comprensibilmente il passo al ricordo. Esistono fenomeni simili credo nell’America più rude, quella dal fucile facile, ma sono lontani dal matrimonio tra religione e sesso che Gigione celebra ogni sera sul palco. Il suo punto di forza è proprio l’Italia, Paese di santi e latinlover, di Vaticano e Costa Smeralda, di Madonne e Belen».

Il pubblico di Gigione

Dicevamo dello stretto rapporto tra casa e chiesa, con quel tragitto peccaminoso in mezzo che Gigione racconta nelle sue canzoni boccaccesche. È una spiritualità epidermica, la stessa che crede alle lacrime di sangue e che coi primi soldi in cassa del mattino si fa il segno della croce davanti a cristo crocifisso per trenta denari. Non c’è molto spazio per la filosofia tra i gigiones, ma in effetti “gigioneggiare” significa perder tempo, divertendosi. «Oltre a Gigione mi sono occupato di chi contribuisce a renderlo immune all’insuccesso – racconta ancora Vestoso. In primis i suoi collaboratori, degli intellettuali di strada dotati di una saggezza spicciola e inattesa. In secondo luogo i suoi fan. Ho provato a vivere con queste persone, a mangiarci insieme, a trascorrere intere giornate al loro fianco. Senza giudicare. Ho avuto sempre la macchina da presa accesa per ottenere dalle loro parole, dalle loro lacrime, dal loro entusiasmo, le motivazioni per cui ci si innamora di un personaggio così controverso. Io ci ho visto un cenno di religiosità. Per certa gente Gigione è un messia. Per altri un punto di riferimento culturale. Per un ragazzino che si fa chiamare Gigione Junior e lo imita alla perfezione indossando un cappellino 24 ore al giorno, è una specie di secondo padre, da cui ottenere l’eredità di un pubblico così vasto».

Resta da capire se il male sia Gigione o noi che ci ostiniamo a ignorarlo, a non studiarlo. Non foss’altro che per questioni “politiche”. Perché la politica dovrebbe occuparsi di fenomeni questo, col dovere civico di offrire alternative culturali a una provincia che altrimenti resta sempre “campagnola”.

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