Il poeta è un geologo, e scopre l’Antiappennino

Neve e Gaeta, “Contrasti”, ph. Beniamino David, 2015

 

 

 

L’intervento è apparso sul sesto numero della rivista “Appennino” diretta da Giuseppe Lupo.

«La Ciociaria è quella specie di pentagono, chiuso per i due lati determinanti l’apice del promontorio circeo in quel tratto di mare tirrenico che va da Torre Astura a Sperlonga, dove spazia la provincia di Latina tra il dorsale dei Lepini e degli Ausoni. A nord-ovest si parte la linea che da Torre Astura passa per Cisterna di Latina, Artena, Genazzano, Olevano, Subiaco, concludendosi a Vallepietra, donde si svolge il lato est, confinante con l’Abruzzo e limitato dal dorsale principale dei monti Ernici-Simbruini e della Meta con la vasta provincia di Frosinone e l’antico circondario di Sora, fino al solco del Rapido-Gari, mentre il lato sud percorre una linea più frastagliata da Settefrati, attraversando Cassino, Pontecorvo, Esperia fino a Sperlonga. [… Qui] s’affacciano polverose Cori, Sezze, Sermoneta, Ninfa, Norma, Priverno, Fossanova, poi viene Terracina e da ultimo si dispiega quell’immenso aranceto che è la piana di Fondi, dove l’avventura del paesaggio circeo ha termine. Ma dalle falde dei monti Prenestini sino a Cassino, dall’Appennino abruzzese sino a Priverno ricomincia e finisce il viaggio di chi voglia entrare nel cuore della Ciociaria che è Frosinone: con paesaggi ora aspri e caprigni, dirotti nel pallido tufo e nella roccia violacea, ora tenero e gentile spumante da castagneti a vigneti, ora grandioso risorgente da classiche rovine. A settentrione gli Ernii digradano in lente e selvose collinette. A mezzogiorno, come una terrazza diroccata nell’azzurro, i dirupi ventosi dei Lepini si scapricciano lungamente per finire negli Ausoni; e la vallata del Sacco è tutta leggera e fremente nel fumo dei casolari, mentre sui fianchi delle colline s’indorano le antiche città, le rocche baronali di Anagni, Alatri, Ferentino, Veroli, Sora, Arpino, Aquino sino al Calvario che è Cassino».

Chi leggesse queste righe senza conoscerne l’autore, sarebbe portato a dire che si tratta d’un geografo. Magari un geologo dalla scrittura forbita ed estremamente sublime, ma forse nessuno direbbe invece che è un testo scritto da un poeta. Sono parole di Libero de Libero (Fondi 1903, Roma 1981), poeta, narratore, drammaturgo e critico d’arte del Novecento che così descrive la sua terra su “La gazzetta ciociara” del 24 ottobre 1954. La sua Ciociaria, come annota nel diario Borrador:

«Le montagne fanno da alte mura per chiudere la pianura segretamente nel suo incanto che va a finire al mare anche quand’è la cattiva stagione. A sera poi lo struggimento della luce fa delirare il profilo di quelle montagne, gli orli dell’oriente e delle siepi che crepitano, e il verde si fa d’un bruno sontuoso che aumenta la disperazione di chi guarda. Mi sento una cosa di quel creato anch’io, una cosa non trascurata né dimenticata, una cosa ciociara in terra ciociara, una terra così segreta, ignorata»[1].

L’Appennino di Libero de Libero, animatore della Roma culturale tra le due guerre, è un dipinto di Gisberto Ceracchini, e somiglia pure a certi personaggi dagli occhi di lupo di Domenico Purificato. O, più esattamente, è un’opera del suo ingegno di poeta e di scultore. Questo Appennino di Libero de Libero infatti non esiste, nel senso che non esiste più come prima, come da lui descritto, (e)roso dal tempo e dal vento e dalla letteratura. Perché l’ultimo cantore di questo anti-appennino dell’Italia centrale che si snoda nel Lazio al confine col Tirreno e coll’Abruzzo tra Monti Ausoni, Aurunci, Lepini, fino a spingersi ai Simbruini, ha eretto una statua in mostra nel museo del Novecento, una stanza meno in luce, appartata, eppure splendente. E nel nome anti-appennino è racchiuso pure il destino della catena, un rosario deciso a sciogliersi nel mare. La minuscola parte d’Appennino cui si fa cenno ha in sé qualcosa di magico perché queste vette morbide formano vallate che sfociano nel Tirreno, ed è per questo che, nella poetica de liberiana, occorre parlare d’una “Ciociaria di mare”, al modo in cui ebbe a definirla il regista neorealista Giuseppe De Santis, peraltro conterraneo di de Libero (e di Purificato in principio citato).

Martiri della Ciociaria

Nel 1953 Libero de Libero pubblica un piccolo testo per l’editore romano De Luca. S’intitola “Ascolta la Ciociaria”, ristampato peraltro lo stesso anno in una seconda edizione accresciuta dall’editore Scheiwiller di “All’insegna del pesce d’oro”. È qui che confluiscono i versi forse non tra i più alti e indelebili dell’opera deliberiana, ma certamente versi fondamentali per entrare nel corpo dell’autore, nello stretto fogliame della sua produzione artistica, attestando questo strettissimo legame tra il poeta e la sua terra: «Dovresti sapere la Ciociaria / se hai studiato botanica e geologia: / certi ulivi e cipressi maremmani, / delle querce un perenne capriccio / e le montagne fanno monumenti». È qui che si fa palese la sua «esigenza di richiamo mitico e di paesismo gnomico e antropomorfico», come la definisce Giacinto Spagnoletti. Ma uno dei primi ad accorgersi di questa specificità tutta de liberiana è proprio un pittore, Alberto Savinio, fratello di Giorgio De Chirico, il quale così scrive su “La Stampa”: «Il suo canto è una pianta, è il fiore di questa terra meridiana»[2].

Alba appenninica, “colori” Monte Faggeto, ph. Beniamino David, 2015

Perché l’intera opera deliberiana è, in fondo, attraversata dall’Appennino. De Libero stesso è attraversato dalla Ciociaria, è trafitto da questo paesaggio ancestrale, ne è quasi un martire. Anche Giuseppe Lupo ha ben esplicitato in uno studio «paesaggi e scenografie bucoliche»[3] del de Libero narratore, indagando il «poeta biblico» della nativa Ciociaria «in grado di stabilire con il mondo vegetale rapporti di comunicazione verbale, di parentela filiale o addirittura di simbiosi biologica»[4]. Probabilmente de Libero aveva capito molto prima di altri che il futuro dell’Italia risiedeva in questo suo passato di tradizioni e terra, di luoghi quasi segreti, sconosciuti. Eppure attraversati anche da altri illustri personaggi nel corso dei secoli. «La strada corre per un tratto fra il mare a destra, e monti calcari a sinistra. Sono questi la continuazione de gli Appennini, i quali da Tivoli scendono al mare, da cui sono separati, prima dalla Campagna di Roma, quindi dai monti volcanici di Frascati, di Albano, di Velletri, finalmente dalle paludi pontine; ed è probabile che il monte Circello, il quale sorge di fronte al promontorio di Terracina, colà dove finiscono le paludi pontine, sia quello pure di formazione calcare», secondo quanto appunta il 20 febbraio 1787 Goethe nel suo Viaggio in Italia. Il giorno dopo l’arrivo a Fondi lo scrittore tedesco ripartirà da località Sant’Agata, ovvero esattamente da dove Alberto Moravia trova riparo dalla seconda guerra mondiale e dalla persecuzione fascista, insieme alla sua Elsa Morante. È quest’ultima infatti a trascrivere questo ricordo dopo la guerra:

«Da Sant’Eufemia noi vedevamo benissimo tutta la valle di Fondi sparsa di aranceti scuri e di case bianche e poi, a destra, dalla parte di Sperlonga, la striscia del mare e sapevamo che in quel mare c’era l’isola di Ponza che, infatti, qualche volta col tempo chiaro si vedeva. (…) Si godeva una vista veramente bella e persino io, che delle bellezze naturali non so che farmene, forse perché sono nata in montagna e la conosco troppo bene, persino io, dico la verità, la prima volta che ci fui, rimasi a bocca aperta dall’ammirazione. Da una parte l’occhio piombava giù per il pendio maestoso, tutto macere, simile ad una scalinata immensa, fino alla valle e più lontano fino alla striscia azzurra e scintillante della marina; dall’altra non si vedevano che montagne e montagne, quelle della Ciociara, alcune spruzzate di neve o addirittura bianche, altre brulle e grigie».

Anche Moravia disegna il paesaggio di questo anti-appennino dal rifugio di Fondi, riportato poi nell’introduzione a “La ciociara”: «Dopo quattro ore di salita, raggiungevamo il passo che era un piccolo prato tra due vette nude e sassose. Dall’altra parte, c’era un vallone deserto, bruciato dal gelo, brullo, e poi altre montagne, fitte, nevose. Ci stendevamo sull’erba fine e fredda e aspettavamo che il sole girasse per il cielo e tramontasse. La vista era immensa, si scorgeva lontano la marina, di un azzurro vaporoso, e talvolta perfino l’ombra dell’isola di Ponza». Moravia e la Morante sembrano convergere su un unico punto di vista: l’isola di Ponza, ovvero il mare. È questa la caratteristica più accesa dell’anti-appennino dell’Italia centrale: che i monti fanno da corona, tutt’al più da cintura, ma non sbarrano mai lo sguardo, che sempre ricade nell’azzurro, nell’orizzonte più lontano «per la genitura felice / della terra col mare», come canta de Libero.

Per continuare a leggere consultare la rivista “Appennino”.

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[1] L. de Libero, “Borrador”, Nuova Eri, Torino, 13 ottobre 1953 (a cura di L. Cantatore)

[2] Alberto Savinio, “Ai piedi del Circeo” , “La Stampa”, 18 dicembre 1936

[3] Giuseppe Lupo, “Poesia come pittura: De Libero e la cultura romana (1930-1940)”, Vita e Pensiero, Milano, 2002, pag. 78

[4] Giuseppe Lupo, op. cit., pag. 88

Una risposta a “Il poeta è un geologo, e scopre l’Antiappennino”

  1. Ho conosciuto e apprezzato Giuseppe Lupo, che ha giustamente ritenuto di pubblicare questo intervento di Simone Di Biasio su Libero De Libero, poeta ancora da indagare.

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