Enea ambasciatore e la poetessa Madre

Mark Rothko, Untitled, 1969

Capita che Enea non abbia smesso il suo viaggio. Forse perché, a differenza di Ulisse, non aveva negli occhi un orizzonte, nel cuore una terra. Enea è colui che deve fondare un popolo, ogni altra sua prerogativa è infondata. L’altro ieri Enea era di nuovo in Italia, nella terra del re Latino e della sua nutrice Caieta. Giusto per trascorrere le feste di Natale coi suoi cari. Ma è già ripartito, destinazione: America Latina. Il Latino nel sangue, evidentemente. Oggi fa l’ambasciatore, durante gli spostamenti disegna, e nei viaggi appunta.

«Scrivo i primi versi per convenzione, o scrupolo, | cosciente che sarà solo dal quinto o sesto | che si darà battaglia, e questi | saranno cancellati, e il tutto rimontato. | Si parlerà di certe pennellate di ceruleo | impastate a bianco di zinco, che delineano | il contorno di un casale fatto di terra d’ocra, | e di come le persone che vi abitano, ignare, | a noi aliene quanto la fauna di altri mondi, | ci osservino passare sul nostro regionale, | e dell’idea che ci facciamo di un ipotetico futuro, | se scendessimo qui, se ci conoscessimo, | se infine non fossimo viaggiatori e spettatori. | Poi si spalanca la porta di uno scompartimento | e ne vien fuori una ragazza alta, che naviga | come polena fendendo un oceano immaginario, | e tutti tacciamo, abbassando gli occhi, | sperando di aver sbagliato tempi e luoghi: | di esser stati seduti accanto a lei, finora.»

L’Enea ambasciatore è Silvio Mignano, poeta che ha raccolto gli ultimi lavori nel libro “I Venerdì Santi” (Passigli). In un verso menziona Rothko, come se lo avesse studiato a fondo nelle sue bi/tricromie, nel suo sapiente uso della tavolozza che si ancora alla radice del tratto, dentro la pastosità delle tempere: usa i colori cita i colori versa i colori. Avverte un gran debito con l’Eneide, tanto che almeno due testi hanno un titolo che è un verso dell’opera latina, come «lucis habitamus opacis», dal libro VI: «Nessuno ha dimora precisa: dimoriamo per boschi ombrosi, | abitiamo i giacigli delle rive ed i freschi prati | di ruscelli», come scrive Virgilio. Mignano è un poeta classe 1965 molto colto: onora il mito e la parola e la poesia nordamericana, tuttavia è singolare come certe tematiche si ritrovino anche in una poetessa molto più giovane, Claudia Di Palma, che ha esordito con un libro che merita continue riletture e restituisce alla poesia la vocazione originaria: il canto. L’autrice di “Altissima miseria” (Musicaos) è originaria della Puglia, ma soprattutto una Enea (non Didone no, ferma sul palcoscenico della sua Africa) che ha già viaggiato molto, abituata sin da bambina a cambiare casa, amici, vicoli, pagine:

«È l’esilio la nostra grande risorsa, | il non avere appigli. | È cercare un segnale e non vedere |  che segnali lampanti e persi | siamo noi. Questa è una terra | senza soggetti, di sole vesti e stracci. | Questo è il nostro esilio che canta. | Nessun altro si fa canto nella gola. | “Questo è il mio Nome, il mio corpo, | e nel mio Nome disperdetevi con gioia».

Un atto politico, non c’è dubbio, una affermazione di grande responsabilità. Claudia non abita, è abitata dalla parola: «Sono incinta dell’evento». E canta. Canta in ebraico, provenzale e greco. Nell’ebraico “parola” si traduce con “dabar”, che significa però anche evento (proprio come nel greco “logos”). Senza scomodare blasfemìe, Claudia è incinta della parola, si fa Madre della poesia. L’artista Giulio Leonardi mi ricorda anche che nell’iconografia religiosa cristiana la Madonna è stata dipinta, relativamente all’annunciazione, nell’atto di ricevere la Parola-seme dalla bocca dell’arcangelo al suo orecchio. Alla poetessa non resta che il pregare, laddove anche tale gesto risuona di una esoterica contemporaneità: la parola “precario” deriva dal latino “prex”, che vuol dire preghiera. Forse non occorre altro.

Beato Angelico, 1433-1434, tempera su legno, 150×180 cm, Museo Diocesano, Cortona (particolare).

Una delle più belle poesie del libro di Mignano è quella in cui l’uomo si “stripla”, si “intrina”: è Enea che torna dalla nutrice, è l’ambasciatore che ricorda la terra che lo ha adottato, è il poeta che guarda e crea un mondo nuovo. Anche Mignano prega (non a caso ha scelto “I Venerdì Santi” come titolo del libro?):

«Dentro, nel soggiorno di mia madre, | la luce azzurrata della televisione | trasmette la stessa luna a Roma | sopra il Colosseo, sulla Via Crucis, | tra le folle che ascoltano in silenzio | le parole di alcune donne in scuro. | Ignaro se ci sia la luna piena | nel quartiere di Obrajes, questa notte: | so che ci saranno uomini che portano | trapezi di legno e rose, e candele, | corpi del Figlio e lacrime di Madre, | e in angolo, sul lato ad ovest,  mancherò io, non starò guardando, | non avrò paura che si rovesci | il peso che mi grava sopra il cuore».

Mignano ci introduce «in questo perlaceo verde che imbeve il mondo» dove «Mi piacerebbe assistere a un evento raro, | una corsa di calessi, un varano che guizza via, | un incontro di chimere, un colore che non conosco ancora. | Non accadrà mai, penso, mentre un camion dei rifiuti | alza la proboscide in  un fracasso ottuso, spento». Viene in mente “Il passaggio d’Enea” di Giorgio Caproni (1956): «Tu che hai udito la tromba del silenzio | notturno, e in te quei bui profondi colpi | ostinati alle porte dell’immenso». Escono dalle loro case i caproniani «uomini miti che cauti una Venere | tolgono dalla borsa, ai cui marini | riflessi in photocolor con può credere | l’occhio». Nella sua nota al libro Caproni stesso spiega che «l’idea del poemetto mi nacque guardando il classico monumentino ad Enea che, col padre sulle spalle e il figlioletto per la mano, stranamente e curiosamente, dopo varie peregrinazioni, a Genova è finito in piazza Bandiera presso l’Annunziata, una delle piazze più bombardate della città». Anche Silvio Mignano vive oggi in una delle città più pericolose al mondo, Caracas, che ogni giorno fa registrare più di 50 omicidi, tanto che in pochi camminano sicuri per strada, specie dopo il tramonto. Eppure «A distanza di anni e di continenti | ci si scambiano carezze e convenevoli, | si affida a uno spazio vuoto inimmaginabile | il peso delle cose come sono state, oppure no. | È simile, il nostro, all’atto di ingoiare, | alla sensazione di un bolo che percorre esofagi | e scende, anche se non riusciamo a crederlo,  seguendo l’impulso di muscoli involontari, | una conoscenza priva di pensiero». Non resta che rifugiarsi in alto: «Ore dopo, al decimo piano di una torre, | consumato il rito più atteso, | mentre oltre le finestre il petrolio ingoia i colori, | cerco di rispondere al telefono | in una lingua che non parlo più, | o che non ho ancora imparato». Ai versi di Mignano risponde ancora Claudia Di Palma, secondo cui «Spesso le distanze sono case, le vicinanze invece sono estranee»: «Provo a scrivere il mio nome | con altri segni. Mi provo straniera. | Faccio mio ciò che si perde», «Eppure ogni parola è sola – e vasta, | devastata. Ettari di silenzio | la cingono, eterne gole che articolano | e declinano ciò che io a notte | raccolgo: esule e disorientata, | amnesica eco senza casa». Mignano aggiunge: «Ho fatto come la mia gente, se mai ne ho avuta una, | percorrendo un tragitto composto di mare e di aria, | mai di terra, se non quando si tratta di fermarsi». La poesia da cui sono tratti quest’ultimi versi s’intitola “Scappando con i troiani”, e mi ricorda “Abbandonare Troia” di Lucio Zinna: «Piantare tutto. Allogarsi da queste parti | con la sacra famiglia nel più remoto villaggio | mettersi in pensione anzitempo vivere del minimo | prima che entrino falsi cavalli abbandonare Troia». Perché in fondo le soluzioni sono due: scappare coi troiani o abbandonare Troia, camminare insieme o correre da soli.

Ci si congeda dal 2017 con questi versi di Mignano dalla poesia “Circe a piazzale Clodio”: «Attraversando l’incrocio deserto | i fari nascondono, più che svelare: | ai lati della carreggiata, infatti, | l’ombra smangia i contorni, | taglia le strade e gli edifici, | affolla il marciapiedi di attonimenti. | Più su, nel bosco alle pendici di Monte Mario, | gli orsi, cinghiali e lupi che furono già uomini, | e se la maga sogghigna, complice la notte, | a noi non resta che aspettare il giorno dopo | per fare la conta di chi si è smarrito, | chi non è mai andato, o se pure, | ha avuto poi la forza di strisciare fino a casa». E staremo a vedere, a fare la conta di chi avrà avuto la forza di “strisciare” fino a casa nel giorno che in due minuti ci fa scattare di un anno. « Intanto marciamo | di un bellissimo marcire. | Corrispondiamo al vuoto e al silenzio | con le nostri carni e una certa fame. | È una corrispondenza che ci elude. | È una preghiera che ci smaschera, | ci snuda fino al nulla. La vita è assenza. | Siamo pregni di ciò che ci esclude. | Intanto marciamo | di un bellissimo marcire». Parola di Claudia Di Palma.

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