Spar(l)ate sulla poesia (ah, salve!)

Justine Smith, ‘The judge’

«Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana». Se non svelassi l’autore, la constatazione sembrerebbe scritta domani, e farebbe anche parecchio sorridere. Però una paresi mista a mestizia ci prende scoprendo che a scriverla fu Giacomo Leopardi, mentre studiava le lingue, le stelle e l’infinito. La citazione è contenuta nel libro postumo “Pensieri”, edito nel 1845 grazie all’amico Ranieri. È desunta da un altro volume che ha un titolo ancora più paradigmatico: Come smettere scrivere poesia (Lithos). È del 2011, qualche anno prima del recente Odiare la poesia (Sellerio) di Ben Lerner, ed è peraltro scritto efficacemente da un italiano, il professore Francesco Muzzioli. Irriverenza e concretezza sono alla base di un libro esilarante e imprescindibile per (non) prendersi sul serio. «Le statistiche ci parlano di 12.000 casi. Accertati: perché poi potrebbero essercene tanti, altrettanti, casi rimasti nascosti oppure sul punto di esplodere. (…) La chiamerò “tabe poetica” per imitazione dalla “tabe letteraria” di Gozzano, il quale già un secolo fa riscontrava la malattia». I malati sono proprio i poeti nell’epoca degli influencer in cui il «Il fattore patogeno è da cercare nel privato». Un tempo fecondo, questo, per l’hate speech sulla poesia. Secondo Ben Lerner

I grandi poeti sfidano i limiti delle poesie reali, sconfiggono strategicamente o quantomeno sospendono quella realtà, a volte smettono del tutto di scrivere e vengono onorati per il loro silenzio; i pessimi poeti lasciano inconsapevolmente intravedere un barlume di possibilità virtuale grazie alla loro assoluta incapacità; i poeti d’avanguardia odiano le poesie perché restano poesie invece di diventare bombe; e i nostalgici odiano le poesie perché non fanno più ciò che loro, a torto, sostengono facessero un tempo. Sotto il termine “poesia” si raccolgono una serie di richieste interconnesse: quella di sconfiggere il tempo, di fermarlo con grazia; di esprimere l’individualità in modo che possa essere riconosciuto socialmente o, come in Whitman, di raggiungere l’universalità diventando irriducibilmente sociali, non più persone ma tecnologie nazionali; di sconfiggere il linguaggio e la scala di valori della società esistente; di proporre una misura del valore che vada al di là del denaro. Ma una cosa che tutte queste richieste hanno in comune è che non potranno mai essere esaudite dalle poesie materialmente esistenti. Odiare le poesie reali, quindi, è spesso un modo paradossale, ancorché a volte inconsapevole, di testimoniare la persistenza dell’ideale utopico della Poesia, e in questo senso anche le geremiadi sono un modo di difenderlo.

Quanti hanno odiato il bambino in piedi sulla sedia a natale pronto a declamare versi in rima dal dubbio valore artistico? In quanti siamo stati quel bambino? Forse a questo si riferisce Lerner quando scrive che «La crudeltà della logica poetica è tanto più dolorosa in quanto fin da piccoli ci hanno insegnato che siamo tutti poeti in virtù del semplice fatto di essere umani» e che in fondo «C’è imbarazzo nei confronti del poeta – non sei capace di trovarti un lavoro vero e lasciarti alle spalle queste bambinate? – ma c’è anche imbarazzo da parte del non poeta, perché dover ammettere la propria totale alienazione dalla poesia stride contro l’antica associazione fra la poesia e l’identità umana». Astio? No, è profondissimo rispetto. Come quando si ama un dio per un qualche prodigio, ma non si riesce perfettamente a mal volerlo quando tale prodigio non si avvera, o persino accade il suo contrario. «I poeti sono bugiardi non perché, come dice Socrate, possono ingannarci col potere delle loro imitazioni, ma perché definirsi poeta implica che si sia in grado di superare la logica crudele del principio poetico, e invece non è possibile. Si possono solo comporre poesie che, se lette con perfetto disprezzo, creano uno spazio per la Poesia autentica destinata a non manifestarsi mai».

Certo che la poesia è incredibile, nonostante «Molta più gente si trova d’accordo sul fatto di odiare la poesia di quanta concordi nel definire cos’è». Tanto che tre autori così lontani tra loro si sono trovati a scrivere quasi le stesse pagine. Il terzo in causa è Alexander Pope, che nel 1728 pubblicò il “Perí Bathous”, ovvero “L’arte di toccare il fondo in poesia”, oggi riproposto da Adelphi col titolo I bassifondi della poesia. Pope si diverte molto: «La poesia non è altro che una secrezione naturale o patologica del cervello. Così come non mi sognerei di impedire d’un tratto a un raffreddore di avere il suo corso o di asciugare le suppurazioni del mio simile, allo stesso modo non posso ostacolare la sua necessità di scrivere». Perdipiù intravide il futuro: «Temo che molte poesie non siano altro che le innocentissime composizioni di qualche ministro». Viene in mente qualcuno? Esatto. Infine propone una classificazione di “zoo-poeti” da appendere in cameretta o all’università:

1. I pesci volanti, gli scrittori che ogni tanto riescono a sollevarsi sulle loro pinne e a guizzare fuori dalle profondità;

2. Le rondini: autori che svolazzano di continuo su e giù, sfiorando la superficie, e sfruttano tutta la loro destrezza nell’acchiappare le mosche;

3. Gli struzzi sono coloro che riescono di rado a staccarsi dal suolo, a causa della loro pesantezza;

4. I pappagalli ripetono le parole altrui;

5. I tuffetti sono quegli autori che rimangono a lungo nascosti sott’acqua e poi rispuntano qua e là dove uno meno se l’aspetta;

6. Le focene sono creature grosse e impacciate. Vivono in mezzo ai più grandi tumulti e alle tempeste, ma quando si mostrano alla luce del sole – il che succede di rado – si rivelano soltanto dei brutti mostri informi;

7. Le rane sono colore che non sanno né camminare né volare, ma che saltano e balzano al primo cenno di ammirazione;

8. Le anguille sono quegli autori oscuri che, pur essendo assai agili e disinvolti, si avvolgono nel loro fango;

9. Le tartarughe, lente e fredde, sono amanti dei giardini, come gli scrittori bucolici.

L’articolo completo è stato pubblicato da “Minima et Moralia”: per continuare a leggere, clicca su questo link.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *