Scalfari inventa l’intervista fai-da-selfie

«All’improvviso oggi ho dentro una sensazione assurda e giusta. Ho capito, con una illuminazione segreta, di non essere nessuno.  (…) Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto. (…) Penso in continuazione, sento in continuazione; ma il mio pensiero è privo di raziocinio, la mia emozione è priva di emozione! Da una botola situata lassù, sto precipitando per lo spazio infinito, in una caduta senza direzione, infinitupla e vuota. La mia anima è una maëlstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un movimento di un oceano senza confini intorno ad un buco nel nulla, e nelle acque, che più che acque sono turbini, galleggiano le immagini di ciò che ho visto e sentito nel mondo. (…) E io, proprio io, sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell’abisso. (…) Poter saper pensare! poter saper sentire!»

Fernando Pessoa scrisse questo frammento il 1° dicembre 1931, esattamente 86 anni prima dell’intervista storica di Eugenio Scalfari, padre fondatore di “Repubblica”.

Storica perché apre la strada a una nuova tipologia d’intervista nel campo del giornalismo, l’intervista fai-da-selfie (con annesso bastone), in cui cioè l’intervistato è l’intervistatore, la fotografia è il fotografo. E Pessoa difatti Scalfari lo cita all’inizio del pezzo, sottolineando di aver letto “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” e di avere perciò intuito la “tecnica letteraria” della “creazione di se stesso attraverso il personaggio a cui dà il nome di Bernardo Soares”. Il problema, al solito, è a monte, ma gtrasforma il libro dell’inquietudine nell’intervista inquietante. Sarebbe bastato citare Marzullo, compagno delle nostre notti insonni: “Si faccia una domanda e si dia una risposta”. E invece lui, il genio, Fernando Pessoa, lo scrittore portoghese che nel (cog)nome ha “persona” e nell’animo quattro eteronimi.
Solo che Pessoa non inventa nessun personaggio, piuttosto rinomina se stesso. Scalfari confonde l’eteronimia con la pseudonimia. Gli eteronimi, sub specie di Pessoa, sono come estensioni del carattere, possibilità d’essere altro, e non replicazione di se stesso, creazione di un alter ego. Che estensione di se stesso è un personaggio che fa il giornalista come l’autore ortonomo che l’ha ideato e pensa le sue stesse domande? Leggete cosa scrive in una nota introduttiva a “Lettere alla fidanzata” (Adelphi, 2005) Ophélia Queiroz, la “morosa” di Pessoa:

«A volte era un po’ assente, ad esempio quando si presentava come Àlvaro de Campos. Mi diceva: “Sai, oggi non ero io, al mio posto è vento il mio amico Àlvaro de Campos …». In quei momenti si comportava in un modo completamente sconclusionato, diceva cose senza senso. Un giorno mi disse: “Gentile signorina, ho una commissione per lei: dovrebbe buttare l’abietta immagine di quel tale Fernando Pessoa in un secchio pieno d’acqua, a testa in giù”. Io gli obiettai: “Detesto Àlvaro de Campos, mi piace solo Fernando Pessoa”. “Chissà poi perché”, rispose lui, “guarda che invece a Campos piaci molto”. Raramente parlava di Caeiro, di Reis o di Soares».

C’è da sperare, in fondo, che Scalfari non inizi a parlare di Zurlino con gli amici. Ma non so se s’intuisce la siderale distanza tra Pessoa e la “intervista a me stesso fra politica e poesia” che abbiamo definito intervista fai-da-selfie. Perché come in un selfie l’autore dello scatto ne è pure il soggetto e perde dunque il punto di vista dell’altro, così Scalfari perde il punto di vista d’un altro che avrebbe potuto porgli avvincenti domande, finendo per porsi nella stessa condizione di Silvio Berlusconi che nel 2009 non voleva rispondere alle 10 domande di “Repubblica” e il quotidiano le pubblicava ogni giorno orfane d’una risposta (o è forse l’attesa d’una risposta essa stessa la risposta?). Eugenio, che oggi è la nuova font di Repubblica, ma anche la fonte di tutto, sostiene nel pezzo fai-da-selfie à la wikipedia che «Nessun giornalista ha intervistato in fondo me. Me l’hanno chiesto più volte, ma io ho risposto negativamente», così «Il mio me stesso che mi farà le domande lo chiamo Zurlino». E pace.

In più confonde una citazione di Diderot, traducendola deliberatamente: “Mes pensèes, ce sont mes catins” per Scalfari significa “i miei pensieri vanno e vengono come le puttane, ma andrebbe semplicemente tradotta «(non andate a cercare sul vocabolario, non andate a controllare le traduzioni, che spesso hanno pudicamente raddolcito questo punto): “I miei pensieri sono le mie puttane”». Il virgolettato lo scrive Beniamino Placido il 3 marzo 1988. Su Repubblica. Fondatore, la font; anzi, la fonte! La differenza non è proprio sottilissima. Zurlino lo incalza: «Ti piacciono le donne? Sessualmente e anche sentimentalmente parlando» e lui lapidario: « Mi piacciono». Ma Zurlino non demorde: «Quindi hai molto amore anche per te stesso. Ma questo è male. Ci sono persone che hanno un amore per se stesse di dimensioni assai elevate. Che cosa pensi tu di te stesso da questo punto di vista? Complesso edipico? O narcisista?». Scalfari stavolta non ci cade, replica con «Edipo per me non è mai esistito». Ehm. E il narcisismo? Risponde Moggi: «Non confermo né smentisco». Ah, no, risponde dopo parlando di Renzi (un eteronimo?): «L’amore per se stesso è una inevitabile premessa che realizza la presenza dell’individuo senza la quale il mondo intero scomparirebbe». Ci sono persino illuminazioni musicali: «Il rock? Per me non esiste. È solo ritmo senza alcuna melodia».

Sono certo che se Michele Serra scrivesse per il Corriere, avrebbe oggi pubblicato L’amaca sull’argomento. Ma scrive su “Repubblica”, non lo possiamo biasimare. Una volta pure a me – signor nessuno – capitò una cosa del genere. Un collega giornalista voleva pubblicare un’intervista relativa all’uscita di un mio libro, ma mi disse che non aveva tempo per formulare le domande. «Ti va di scrivertela da solo?». Accettai. Ad una domanda – ricordo – risposi: «Su questo non so che dirle». Se io devo essere un altro, che abbia almeno fantasia. Sia io che lui, ecco.

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