Il Nobel per la Letteratura a Circe

La testa di Circe a San Felice Circeo, a pochi passi da dove fu rinvenuta

Ieri è stato assegnato il Nobel per la Letteratura 2020 a Louise Glück, una poetessa. Una poetessa statunitense tra le più lette in America, invece ancora poco nota in Italia – un editore napoletano speciale, “Dante&Descartes”, ne aveva tradotto “Averno”. L’avevo conosciuta grazie a una traduzione di una sua poesia di Bianca Sorrentino – contenuta nel “mitico” saggio “Mito classico e poeti del ‘900” (Stilo editrice) – che oggi ne tratteggia anche un profilo per “Pulp”. Poi ho provato anch’io a tradurre alcuni versi della poetessa di “Una vita nel villaggio”, che propongo qui: siate clementi, ma curiosi. La signora Glück incede lentamente nelle immagini che la sua voce evoca, ha la flemma fiammante della Circe che ha fatto parlare, che ha fatto insinuare.

 

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Balletto di vani e divani

Una immagine del Balletto “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi al Circo Massimo, Roma (dal profilo Ig del Teatro dell’Opera di Roma)

Non ho mai visto cosa al mondo maggiore della danza. Tu non vedrai cosa al mondo più grande della danza di Roma. Il ballo tremendo circolare di questa città vacanza, di queste strade vacanti, di questi posti distanti. Sedie a due a due, o anche a una a una. Spezzati: fine del pubblico, inizio del pubblico privato, privato d’ogni vicinanza, d’ogni vicino di danza, orbo d’aria. Morbo d’aria, ché non sappiamo se è qua, stasera, mentre sulla sinistra via de’ Cerchi spinge l’occhio di bue sulla bocca della verità, se abbiamo paura che le nostre mani finiscano inghiottite da un altro, untore, decisore della nostra poca verità. Se non ci fosse stato l’inganno, non ci sarebbero state nemmeno le “vacanze romane”. Su “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi scendono in cerchi sulla loro via i danzatori, alcuni le mani nei guanti, presto i guanti nelle mani – per giunta congiunta anagramma di con guanti -, altri gli occhi nelle visiere, ché adesso sarebbe bello avere alle mani delle maniere. Fosforeggiano tre quarti di luna alla destra del palco, corona sopra il capo dell’Aventino. 
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Roma come non l’avete mai

Scipione (Gino Bonichi), Piazza Navona, Olio su tavola, 80x82cm, Galleria nazionale d’arte Moderna, Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All’improvviso, dentro di noi si scioglie una corrente remota e nella sua onda trascorrono confusamente come relitti luoghi goduti ormai inafferrabili: è un movimento tellurico che travolge noi stessi e tuttavia il nostro essere si ricompone con la stessa rapidità che lo sconvolse. Questa è la nostalgia. Ma c’è un’ansia di rivedere un luogo, dopo un lungo o breve soggiorno donde ci strapparono le circostanze: essa non dura l’attimo di quella corrente per continuare lungamente col suo lento stillicidio sino a diventare pena. È una pena che cresce non diversa da un ciuffo d’erba che senza tregua si rinnovi tra le crepe di un muro, e quel muro è un intimo recinto, dentro il quale una parte di noi vive prigioniera. Mai è il termine di tanta pena per chi abbandona Roma (…).

[L. de Libero, ‘Roma fatta a scale’, Quaderni di Piazza Navona, 1978]

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Infanzia della via crucis

Papa Francesco in Piazza San Pietro per la via Crucis 2020 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

[Da leggere ascoltando questo pezzo: spoti.fi/3cnMIaj]

I stazione. Gesù è condannato a morte (meditazione di un condannato all’ergastolo)

La mia crocifissione è iniziata quando ero bambino: se ci penso mi rivedo rannicchiato sul pulmino che mi portava a scuola, emarginato per la mia balbuzie, senza nessuna relazione. Ho iniziato a lavorare quando ero piccolo, senza poter studiare: l’ignoranza ha avuto la meglio sulla mia ingenuità. Il bullismo, poi, ha rubato sprazzi d’infanzia a quel bambino nato nella Calabria degli anni Settanta.

Per la prima volta nella mia vita ho seguito dall’inizio alla fine la diretta televisiva della via crucis 2020 in piazza San Pietro, Roma. Per la prima volta coscientemente, come scelta: la sensazione di assistere a un evento dalle caratteristiche irripetibili. Probabilmente ho assistito, sempre alla televisione, a qualche via crucis da bambino, ma non ricordo, tengo da qualche parte immagini degli anni passati, ma non ricordo nitidamente. Invece tutti i detenuti, tutti coloro che sono in carcere e che lavorano in carcere (il “Due Palazzi” di Padova, in questo caso), e ai quali quest’anno sono state affidate le meditazioni delle stazioni, ricordano perfettamente cosa erano da bambini, come erano da bambini: è per questo che scrivo questo pezzo, le questioni religiose non sono di mia stretta pertinenza. Questi uomini e queste donne della via crucis scavano nei territori dell’infanzia per salire al Golgota del pandemonio, grattano con le unghie la terra che tutti abbiamo smosso da bambini perché ci sembrava dire qualcosa quello spazio su cui iniziavamo a camminare, a cadere. Leggi tutto “Infanzia della via crucis”

duna park

Antonio era al mare perché il 21 luglio era una giornata di sole caldissima e azzurra. La duna sembrava il corpo di un animale dorato dormiente, con le linee sulla schiena disegnate dal vento. Arrivò di mattino presto, ricordando l’ora in cui i suoi nonni, da bambino, lo portavano su quella stessa spiaggia. Avrebbe voluto mangiare una pizza rossa. Non piantò alcun ombrellone, ce n’erano ancora pochissimi anche attorno a lui. Gli sembrava d’essere il padrone d’una riserva naturalistica. Sistemò il telo blu, scavando una piccola fossa che avrebbe reso la posizione più comoda per la lettura. Prese un libro dallo zaino di jeans, era un racconto di Calvino che tentava di terminare da settimane. Non sentiva abbastanza le onde. Decise di mettere un po’ i piedi in acqua prima di continuare la lettura, perciò si avvicinò al bagnasciuga lanciando il libro sul telo e guardando le ciabatte affondate nella sabbia. Antonio visualizzò la posizione che più amava assumere da bambino, quando non c’era sua sorella a richiamare attenzione e i nonni non avrebbero potuto sgridarlo di essersi allontanato troppo in mare. Si sdraiò sulla sabbia bagnata dal frangersi di quelle minuscole onde perpendicolare alla linea del mare. Chiuse gli occhi di fronte al sole non ancora alto. Ricordava perché amava quella sensazione: l’acqua arrivava piano a bagnare tutto il corpo che aderiva a terra, come fosse un pesce spiaggiato a riva. Prima i piedi, poi un’onda più lunga, tesa come un elastico, inumidiva l’incavo delle ginocchia, le gambe. Poi qualcuno tendeva ancora l’arco delle onde e il moto veniva a bagnare la schiena, la nuca, il capo. Sentiva il corpo staccarsi a ogni frangimento. Leggi tutto “duna park”

senza titolo: natale

Dalì in mostra a Palazzo Fondi, Napoli (dettaglio nicchia)

Le anguille sono piccoli pezzi di plastica neri. Stanno dentro un bacile minuscolo e sembrano vive perché l’acqua che cola da una fontanella le colpisce sul capo e produce uno scontro, crea un movimento semicircolare irregolare tra di loro che così paiono vive. Non passa corrente elettrica per sto ciclo, ma il costruttore, l’artigiano ha guardato quello che succede dentro la vasca o naturalmente sotto una cascata e l’ha riprodotto. In scala. Tutto questo accade dentro una decina di centimetri quadrati, sotto lo sguardo di Padre Pio e Papa Francesco che si muovono scattosi e sembrano indicare stimmate e carità. Non l’ho guardata bene Napoli stavolta, tenevo la capa altrove. Anguilla sirena innapolata. Pensavo a lei, la inseguivo con un pensiero che mi pareva il passo di una danzatrice che non si ferma ma volteggia sempre durante lo spettacolo. Che vedi di un balletto? Ballerina o movimento? Corpo o spazio? Stavolta mi sa che Napoli si è messa treméndere me, a come mi ci perdevo in mezzo alle facce di Pulcinella illuminate sopra le capocce e illuminate dentro le capocce della gente che si muove, si scontra come le anguille dentro quella pescòla, quella piccola pozzanghera artificiale, tutta umana. Leggi tutto “senza titolo: natale”

Farsi visitare da una mostra romana

dalla serie delle “Carte” (con sedia)

Tiger è un luogo poetico, palcoscenico dell’inutile, dettaglio alla vendita. Come inutili l’arte la poesia il teatro. Carovana di dispensabile, treno merci del non indispensabile. Accanto alle rovine ai resti all’area archeologica, le rovine i resti l’archeologica area del consumo: giochini a buon mercato luna park di spuntini biglietti per uno spettacolo di travestimento. Due suore rovistano tra le reliquie, sotto il velo il desiderio di comperare, la fede di trovare qualche cosa. Ogni negozio è una boccetta di profumo aperta, deodorante spray del secolo ventuno, età delle mirabilia. Alcott, Zara, H&M, all’interno musica classicamente all’opera: canticchia mentre tocca il poliestere 87,2% lana 12,8. Sente al tatto la fattura, la frattura tra i tessuti, sintetico e naturale ammischiati assieme. La natura non si dilegua, l’artificio è ovunque, è lei ad avviare la sintesi. A innervare il tragitto verso la mostra romana di Corrado Cagli. Leggi tutto “Farsi visitare da una mostra romana”

Attenzione all’attenzione

Diogene (particolare), “Scuola di Atene”, Raffaello (1509-11)

Nel film di Sorrentino “La grande bellezza” il giornalista Jep Gambardella incontra un’artista concettuale che “sente il mondo con le vibrazioni” e si è appena esibita con rincorse, urla e capate al muro in un parco. “Che cos’è una vibrazione?”, le chiede Jep nel camerino: la questione manda in crisi la performer. “Non lo so cos’è una vibrazione”, ammette tra lacrime e improperi. La nostra convivenza col digitale è simile a quelle criptiche capate al muro con annesse urla. Mentre leggiamo questo articolo, una notifica dallo smartphone distrae la nostra attenzione: apriamo la mail, leggiamo tre righe di un articolo su un sito d’informazione. Stiamo approfondendo l’argomento di questo pezzo con un video di Youtube, ma al termine ci lasciamo guidare dai suggerimenti del sito e finiamo a guardare l’ultimo rigore di Grosso nella finale mondiale di 13 anni fa. Da performer dell’attenzione, artisti della ricerca, funamboli del ragionamento, la domanda che ci viene posta è: che cos’è l’attenzione?  Leggi tutto “Attenzione all’attenzione”

La costruzione del presepio digitale

Greg Weatherby, ‘Dreamtime Birth’, 1990s (natività aborigena australiana)

Bruno spolverava il bambino rimasto a spiare l’anno in una scatola chiusa. Lo baciava e lo riponeva nella sua dimora provvisoria: non era ancora il tempo, non era venuto il giorno. A inizio novembre sentivamo i colpi sulla legna nel suo giardino fiorito a mandarini e limoni: era il rintocco, il rito della costruzione. Lavorava poi al chiuso della cantina o nel garage che non avrebbe ospitato più la sua automobile almeno fino a metà gennaio. Ogni giorno si accendeva un fuoco, la fiamma dell’artigianato. Prima venivano i monti, l’orografia che scrive le vette, l’inaccessibile; poi scendevano i fiumi, sciolte le prime nevi, andavano a formarsi stagni alimentati da motorini elettrici. Il paesaggio cominciava a delinearsi, quindi a popolarsi: erano gli animali i primi a brucare l’erba, a sentire l’umido del muschio sotto le narici fumanti. Il pietrisco segnava la strada, che poi sarebbe diventata sentiero, dapprima si ergeva la terra e poi il cielo sempre così inafferrabile, irriproducibile: Bruno poteva ritagliare alla natura quello che si calpesta, ma quello che ci attraversa le teste lo restituiva con le mani, creando forme dal buio. Leggi tutto “La costruzione del presepio digitale”